Sulla cima della grande Piramide c'era un uomo.
La sera aveva intinto il deserto di colori blu e marroni, le palme e le cupole della
lontana città erano tessute di oro e porpora.
L'uomo sulla piattaforma della gigantesca costruzione non vedeva i magici colori e i toni
fiabeschi.
Era stufo dell'Egitto, dei turisti eleganti, della folla sudicia, delle sale da gioco e
dei giardini fioriti.
Perso nei suoi sogni si guardava intorno.
Non era stato il richiamo della civetta, che l'aveva svegliato dai suoi sensi, e nemmeno
le sonore grida dei portatori di cammelli, no tutt'altro suono, davanti alla sua anima
dominavano i gialli germogli dei noccioli nel bosco sonnecchiante, il battito delle ali
dei tordi e il canto degli zigoli.
Si strofinò gli occhi e sorrise: "ho sognato", pensò.
Però era di nuovo qui, insolito, profondo, suono gutturale, quel "quoark, quoark,
quoark" arrivò scivolante, una cosa scura che muovendo le ali in modo civettesco
spariva nel crepuscolo.
Questo era Murkerich.
Anche a lui davano noia questo Egitto con le sue palme, le paludi del Nilo, i grassi
bachi, e gli stercorari dei cammelli.
Ardeva di boschi di pioppi madreperlati, di brune foglie morte tra primule dorate, giovani
abeti e larghi cespugli, di biancospini, e di un bel grosso verme tedesco.
Murkerich borbottò infastidito, quando un grosso pipistrello con una protuberanza sul
naso somigliante ad una foglia, gli squittì qualcosa che non potè capire, continuò a
vagare risalendo il Nilo emettendo il suo "pssevit" veloce nella sera.
Risposte ne ricevette, ma non compagni di viaggio.
"Troppo freddo lassù" disse Occhio di velluto.
"Non ci sono ancora i vermi fuori" disse Ruota d'argento.
"C'è ancora il gelo nella terra" sussurrò Pizzuttina.
Allora Murkerich viaggiò da solo.
Nel giardino della cantina di Sant'Agostino a Monaco
camminava un uomo.
Si lasciava passare l'aria della sera attorno la fronte, perchè aveva bevuto troppi litri
di birra.
Improvvisamente si fermò e guardò il cielo dove una piccola stella scolorita lampeggiò.
"Mannaggia" grignò davanti a sè, "che sbornia che ho preso, mi sembra di
sentire le beccacce!"
Ubriaco lo era, però aveva sentito giusto.
Murkerich aveva lasciato l'Africa dietro di sè, il
Mediterraneo, i Balcani, le bianche cime del Tirolo, e le scure montagne della Baviera.
Aveva vissuto molti pericoli per acqua e per terra, tempeste e mareggiate, il chiasso
delle slavine e il ronzio dei fili del telegrafo; Al lago di Garda una beccaccia vedova
gli tese la trappola al suo cuore e voleva convincerlo di rimanere lì.
Murkerich le "pfuizzò" qualcosa e continuò.
Un uomo si trovava sulla collina del paesino di Silverhausen.
Pettirossi e merli cantavano, topolini di bosco squittivano tra le foglie cadute, giù nel
paese chiamava la cornacchia, e nella zona alta rideva la civetta.
Contento e tranquillo quell'uomo ascoltava le voci della primavera avanzante
.
Tutto insieme lo attraversò un sussulto. Si strappò il fucile dalla spalla, caricò e
mirò, poi si guardò intorno con aria selvaggia e abbassò di nuovo l'arma.
Scuotendo la testa rise dentro di sè: "Pensavo di aver sentito
già la prima. Ma non è ancora Reminiscere
(*) !"
Si che aveva sentito giusto, e sè la civetta non avrebbe fatto quel gran casino, allora
il viaggio d'amore di Murkerich avrebbe avuto già qui la sua fine.
Ma un giovane maschio di beccaccia deve avere fortuna.
Già nella regione del Taunus gli erano fischiati i pallini attorno alle remiganti e
nell'ala sinistra gli mancava la punta della penna del pittore.
"Di quella posso fare a meno" pensò Murkerich, "Quella tanto serve solo a
far bello", continuando il suo volo.
Quella notte volò ancora di più fin quando arrivò alla sua madrepatria, il bosco di
Althen vicino Hannover.
Allora vagò tra le sue rimesse chiamando fortemente nell'albeggiare, e quando il primo
tordo fischiò, cadde stanco morto sotto un ombrello di pino, e lì dormì profondamente.
Un fruscio nelle foglie lo svegliò. Un topolino gli sarebbe
quasi saltato sulla testa. Quando Murkerich si mosse il topolino sparì tremolante nel suo
buco.
Il sole era già alto, quando Murkerich godè stendendosi le ali, la ruota della coda e
alzando le piume del collo.
Si alzò, sbadigliò pericolosamente, fece alcuni passi avanti fin quando arrivò vicino
ad un cespuglio dove spuntavano le prime foglie e fiori sulla terra nera bagnata.
Lì abbassò il becco e passò attraverso il sottobosco verde e
fiorito, poi infilò il lungo becco nella terra e con le zampe fece una strana danza,
emettendo ogni tanto un sommesso ronzio, tirò fuori ogni momento un verme che si
attorcigliava oppure una larva di mosca di palude che inghiottì con gusto.
Poi tornò sotto il suo ombrello di pino e continuò a dormire.
Quando il crepuscolo si fondeva con gli alberi e la civetta
cantava la sua vana canzone, Murkerich si svegliò.
La sera era tiepida e l'aria greve, proprio giusto per una tenera volata sulle cime dei
pioppi. Ma ancora gli stava nelle ossa il lungo viaggio, e decise di continuare a dormire,
visto che domani era un altro giorno, e poi una "croule" da solo era un
occupazione piuttosto noiosa.
D'un tratto sentì un "pssevitt" innamorato, si alzò in volo e inseguì quel
richiamo seducente. Raggiunse la dama sull'area disboscata.
Quarrline si chiamava, una matura signora beccaccia, che era rimasta vedova nella
primavera dell'anno precedente.
Lei aveva allora giurato di rimanere sola, ma l'amore è una cosa particolare, e quando un
vecchio fienile prende fuoco, allora tutti i buoni propositi non servono a nulla.
Quando sentì il "quoark" supplichevole di Murkerich,
fece prima un pochino la vergognosa, borbottò qualcosa, importunante invadenza di signore
sole, ma le sue civetterie, il suo sguardo, davano chiari segni che il suo cuore batteva
calorosamente verso il giovane, elegante maschio.
Eh sì, chi può non sentire i sensi con quest'aria!
E così andò avanti, con "pssevitt" e "mork mork" attraverso stagni,
ruscelli e imboscamenti, una volta accanto, poi uno dietro l'altro, e presto uno sopra
l'altro. Zigzagando attraverso la penombra prima lentamente e piano, poi forte e veloce
lungo una rimessa, dove poi Quarrline, nel taglio dei pioppi, spariva agli occhi del suo
spasimante.
Ma lui la trovò presto, visto che erano solo smorfie, e quando lui le raccontò che
viveva in buone condizioni, e che aveva un appezzamento di terreno che anche nell'estate
più secca era provvisto di grandi riserve di vermi, allora lei perse la sua scontrosità,
e da matura vedova, divenne una giovane sposa.
Quando il giorno dopo Murkerich ripensò la cosa, si accorse che
era stato un pò troppo precipitoso. La sua Quarrline non era il tipo adatto per lui.
Lei con gli anni, si era allargata un pò troppo, e le sue piume erano troppo brizzolate,
insomma non era proprio una bellezza. E poi questo continuo raccontare del suo defunto
sposo, cosa sarebbe diventato quel rapporto col tempo, pensò il felice Murkerich, e
scocciato, continuava ad ascoltare le chiacchiere, con le quali lei lo annoiava già
adesso, e poi a quell'ora, dove ogni beccaccia a modo dormiva. 
Così a forza di parlare, lei non sentì il sommesso fruscio
che arrivò da dietro l'erba secca. Pigra e larga, stava lì a raccontare del suo amato
defunto.
Allora apparve una cosa rossa, frusciante e rumorosa attraverso l'erba.
Murkerich si levò urlando, e con la coda dell'occhio potè ancora vedere che la volpe
andava via con Quarrline in bocca.
Murkerich cercò riparo sotto un grande biancospino, il terribile accaduto lo rattristì
profondamente, ma quando ragionò più tranquillamente trovò che quella era stata la
soluzione migliore per entrambi; felici insieme sicuramente non sarebbero mai stati.
Contemplando si addormentò.
Le grida del merlo lo svegliarono. Appollaiato sul cespuglio di
biancospino faceva un gran casino, perchè due uomini passavano al limite della rimessa.
Allo spartiacque chiamava la civetta, nel grande prato si udivano le pavoncelle, le gru
strombettavano alte sulla foresta, pettirossi e verdoni cantavano all'imbrunire le loro
canzoni.
All'improvviso Murkerich sentì sopra di sè una voce profonda e un angosciato
"pfuizzt".
Un vecchio maschio di beccaccia faceva la corte con rudi
maniere ad una snella femmina. Klack klack fecero le ali di Murkerich, e giunse nei pressi
della coppietta.
Il vecchio maschio si aggrottò in uno sguardo cattivo, quando apparse il giovane, e
tentò di beccarlo, ma Murkerich fu più rapido, lo evitò, si alzò e lo colpì così
forte nel fianco, che il vecchio maschio di beccaccia, urlando di rabbia si rifugiò
nell'angolo della rimessa.
Murkerich lo voleva seguire ma poi un lungo lampo rosso si alzò nel cielo e il vecchio
maschio cadde come fulminato, si sentì un botto, si alzò la polvere e Murkerich e la
giovane femmina si dileguarono velocemente.
"Un giovane maschio deve avere fortuna", pensava Murkerich, quando zigzagava con
la giovinetta attraverso i pioppi.
Lei si era così tanto spaventata che era felice di avere un maschio al suo fianco. Si
chiamava Pfuitzing e non aveva ancora compiuto un anno.
Il cuore di Murkerich era in fiamme. "Quant'è carina" pensò, "Così
snella ed appetibile, altro che la vecchia signora di ieri."
E sussurrando teneramente le diceva le cose più belle; dei
suoi meravigliosi occhi scuri, delle sue fosforescenti punte d'argento sulla punta della
sua coda, e la piccola mettendosi il becco sul petto pensava tra sè: "Che giovane
maschio affascinante, altro che quel vecchio brontolone di prima".
Pfuitzing con graziosa civetteria faceva luccicare la sua codina d'argento.
E anche se faceva come se volesse ritirarsi dalle attenzioni del suo adorato corteggiatore
e andarsene velocemente, era tutto solo una finta.
Era una meravigliosa serata.
L'aria era morbida e calda, nelle vallate si accoppiavano le volpi, e la luna si
appoggiava sopra le alte querce.
Nel beato volo di nozze la coppia sfiorando le cime degli alberi zigzagava attraverso le
boscaglie e si rincorreva nei sottoboschi, poi di tanto in tanto si lasciavano cadere
entrambi per un veloce scambio di affettuosità vicino ad un rigagnolo dai riflessi
argentati, per poi alzarsi lentamente in volo attraverso le rimesse.
Lei ridacchiò in un chiaro discanto quando lui con un adulante baritono mascolino le
raccontò quale bellissima vita potevano condurre nel bellissimo bosco di Althen, dove la
terra era profonda e morbida e soprattutto piena di vermi, e dove gli spineti erano così
fitti che nè la perfidia della volpe, nè la crudeltà del falco potevano rubargli la
vita.
Ma mentre sognavano appassionatamente,
d'improvviso un lampo, un tuono e una nuvola di fumo si susseguirono, Pfuitzing urlò e
cadde, si rialzò e si rifugiò nel sottobosco.
Murkerich accorse subito da lei e la incoraggiò ad affrettarsi perchè sentiva una voce
avvicinarsi e ascoltava un cane che attraversava un pantano d'acqua.
Così la povera raccolse tutte le sue forze e si portò un pezzo più avanti, dove cadde
esausta in un enorme inattraversabile macchione di spine.
Per un pò sentirono ancora il cane ansimante che cercava dentro la boscaglia, poi si
sentì un fischio e tutto ritornò silenzioso.
Pfuitzing sdraiata di lato si lamentava sommessa.
La zampetta sinistra era stata colpita da un pallino ed era rotta.
Murkerich la consolava intanto che lei si traeva la zampa al petto.
Rimasero così tutto il giorno e solo all'imbrunire cercarono da mangiare, Murkerich
naturalmente non si allontanò di un solo passo dalla sua amata.
Dopo otto giorni la zampa era quasi guarita; le morbide piume
dell'addome avevano creato una resistente fasciatura, così che la piccola poteva di nuovo
camminare e anche alzarsi in volo.
Era di nuovo una bellissima serata morbida e mite, ma alla
coppia era proprio passata la voglia di stare lì.
" Sai una cosa Pfuitzing" mormorò Murkerich " Io credo che dobbiamo
proseguire. Quando si vola sempre diritto verso mezzanotte, allora si arriva dietro il
mare in paesi dove quasi non ci sono uomini, e quelli che ci sono, non si curano di noi.
Qui bisogna sempre vivere come un topolino nella sua tana e non si ha niente dalla vita.
Vogliamo andare ??? "
Pfuitzing era di nuovo contenta, e quando la luna si nascose dietro le
nuvole allora si alzarono entrambi alti nel cielo, girarono tre volte, e poi diritto verso
il continente dove ci sono uomini gentili.
E lì vivono ancora oggi felici e contenti.
(*) Reminiscere: ( termine usato nel
tedesco antico ) = La seconda domenica di Quaresima |