
"La gioia è più grande quando dei
ricordi più belli ne possono gioire gli altri"
La monca della Pineta
di Alessandro Tedeschi e Pietro Masucci
racconto inedito
Tutto inizia una Domenica di Gennaio.
Partiamo di buon'ora io e il mio amico Pietro decidendo di andare a trovare posti buoni
nel Cilento.
Ci accompagna una notte limpida, il cielo stellato ci invita ad alzare gli occhi a
rimirare tutte quelle lucine, che in altre occasioni erano compagne e testimoni di amori
travolgenti.
L'alta pressione la fa da padrona, e in questo periodo dell'anno tali condizioni
contribuiscono a dare una veste ai monti non certo consone alla stagione.
Le conseguenti gelate notturne ci fanno discutere su dove dirigerci.
Disquisendo sul tema, ci ritorna in mente una Pinetina a monte di Laviano che consuetudine
vuole, ogni anno torniamo a visitare. Pare proprio la scelta giusta.
Detto, fatto, giriamo il timone alla volta della piccola pineta che in passato tante belle
sorprese ci ha regalato.
Ci accoglie un paesaggio surreale, tutto sembra come imbalsamato sotto uno strato
luccicante di ghiaccio e l'aria è così pungente da indurci a coprirci adeguatamente.
Siamo consapevoli che quando il sole sarà alto ci sarà da sudare non poco scarpinando su
e giù per la collina.
Squinzagliamo i cani augurandoci almeno un incontro e ci separiamo come di consueto
affrontando la cacciata da due fronti differenti.
Trascorrono forse cinque minuti e Pietro trova la pointer ferma, fà per avvicianarla, e
la cagna rompe mostrando segni di evidente nervosismo. Non vola nulla. Mah!! Sarà forse
qualche uccelletto che di prima mattina ha stimolato i sensi di Bellina, pensa Pietro.
Della cosa ovviamente mi informa via radio, e riprende a cacciare rimurginando l'azione
precedente. Percorre forse 50 metri e di nuovo un effluvio di ancora non chiara
provenienza eccita la cagnina.
La radio gracida di nuovo, e con un aria alquanto divertita Pietro mi esterna la sua
"convinzione" della presenza di un fantasma dal beccolungo che popola la
pinetina.
Cambio rotta e mi dirigo verso l'area dalle spiritiche frequentazioni.
Ci incrociamo alla sommità della collina dove i pini si diradano e lasciano spazio a radi
arbusti di quercioli misti a ginestre. Lì facciamo una pausa, intanto che i cani
continuano a girare.
Faccio appena in tempo a dare fuoco all'accendino che sento...eccola!!!
D'istinto imbraccio il fucile, e ruotando il corpo scarico 3 colpi su una beccaccia
somigliante ad un razzo, tale è la velocità.
Mi rammarico di non averla presa, ma la delusione dura poco, in fondo se l'avessi colpita
tutto sarebbe finito, e sarebbe stata morte ingloriosa.
Si và per ribatterla, e si dà inizio alle danze.
Ridiscendo la pineta e pressapoco là dove avevamo visto sparire la beccaccia, la pointer
ferma, nulla...si riparte. Ancora pochi metri e questa volta è Mizar in ferma. Mi
affretto lentamente nei pressi del setter pigiando sul pulsantino della radio per avvisare
Pietro, quando echeggiano due spari, il cane in ferma indredulo mi guarda con la coda
dell'occhio. Nello stesso istante un'ombra a mezz'aria mi ruba lo sguardo. Davanti al cane
non vola nulla.
Rimango interdetto, una breve pausa di riflessione e mi convinco di essere sulle tracce
del razzo lungobeccuto. Pochi metri e si invola a candela, tra le cime dei pini incontra
il piombo del mio fucile, e la scura signora finisce nella cacciatora.
Era questo il fantasma che faceva impazzire cani e padroni?
Così ingloriosamente era morta la turbobeccuta della pineta?
Non trascorrono nemmeno dieci minuti e la risposta ci arriva dal setter che ci segnala di
nuovo che il fantasma alato è ancora lì che burla i cani.
Troppo astuta per donarsi così facilmente, anzi era stata una sua compagna di soggiorno a
farne le spese incappando sui nostri passi.
Tra batti e ribatti sono trascorse altre due ore. I cani inebriati da tanto effluvio
scolopatico godono come un giovanetto tra le braccia di una esperta signora.
Anche noi siamo presi da una sorta di felice orgasmo, dietro questa diavola di beccolungo
che ci sta regalando momenti di rara emozione per intensità e durata.
Ma cosa la può rendere così sensibile, rimurginavo.
Gli eretti intrusi, e i sonorizzati quattrozampe che si aggirano nel suo territorio non
sono certo nuove conoscenze per la scaltra regina, ma ci deve essere qualcosa in più che
non riusciamo a comprendere. Il cervello mi fuma, il cuore batte forte, il tempo
trascorre.
Sono più di cinque ore che battiamo la pineta palmo a palmo, mi sembra di riconoscere
ogni ago di pino, tante sono le volte che ho calpestato quegli angoli.
Affiora un senso impotenza, una lenta rassegnazione mi percuote. Mi rifiuto di pensare che
non l'avremo.
Decido di lasciar la umana razionalità e d'istinto vado a cercarla là dove, al margine
della pineta, inizia un campo da pascolo alla cui opposta estremità una striscia di pruni
selvatici, non più grande di un ragionevole pollaio, rompe la monotonia di quell'erba
senza vita.
Lì lontano dal suo amato verde ombroso luogo di soggiorno, la vedo partire lontana,
ancora prima che il cane potesse accorgersi della sua presenza, e solo perchè era tutto
così pulito.
Non riesco nemmeno ad accompagnarla con una schioppettata, eppure è lá, da qualche parte
rientrata nella sua pineta.
Rientro tra gli aghi di pino e mi incrocio con la pointer di Pietro che mi sembra in preda
di escandescenze, manco mi guarda mi faccia. Faccio due passi e faccio quasi prima a
sparare che a pensare. I due colpi che si succedono dietro un'ombra che zigzagava tra i
rami di pino a me prossimi.
Ricompare il mio compagno di caccia, ed insieme ridiscendiamo fino ai margini della strada
dove proprio sotto il guardarail, ai margini di un arbusto spinoso, Bellina è in ferma.
Siamo lì in due, e facciamo per portarci sulla cagna, quando per ironia della sorte, su
quella strada non certo trafficata, il rombo di una macchina che sopraggiunge ci impedisce
di allungare un paio di colpi alla beccaccia che parte e che vediamo ancora una volta
indenne distintamente allontanarsi proprio sulla carreggiata percorsa dalla macchina in
transito.
Uno stridio di freni e udiamo una voce:...Signore!!...Signore!!...
raggiungo il margine della strada e noto una figura d'uomo che a braccia levate si agita
manco avesse visto il diavolo.(...e che diavolo!!)
Quasi la beccaccia si incrociava con il suo parabrezza, e non è certo cosa da tutti i
giorni.
Era un cacciatore che faceva ritorno a casa. Lo invito a segurci in questa appassionata
epopea, ma egli preferisce tornare tra le più accoglienti braccia della moglie.
Siamo all'epilogo, e come ogni storia anche questa ha il suo fine.
Siamo stanchi, lo sarà anche lei?
È la undicesima volta che la disturbiamo, è un attimo, due colpi si susseguono.
La lunga rincorsa è terminata, come è finita la vita dell'astuta signora del bosco.
Le congratulazioni che seguono tradizionalmente ad ogni successo, questa volta hanno un
sapore diverso.
Solo il tempo di osservare con attenzione l'ormai inerte fagotto di piume, e dalla
soddisfazione di averla presa, sopraggiungono riflessioni più profonde.
La nobile beccaccia che tanto ci aveva fatto dannare era ....monca.
Un vistoso rigonfiamento carnoso rivestiva completamente una vecchia ferita cicatrizzata
segno di trascorsi incontri con altrettante agguerrite doppiette.
La monca aveva finito di sfuggire, la sua amputazione le imponeva una vita difficile.
I suoi grandi occhi dovevano essere sempre vigili, i suoi sensi sempre all'erta.
Aveva imparato a difendersi, a nascondersi sfuggendo, ma a nulla gli è valso, questa
volta l'ingrato bipede ha vinto, gli ha rubato la vita, ma non la dimenticherà.
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