"La gioia è più grande quando dei ricordi più belli ne possono gioire gli altri"
Si era destato la notte del giovedì. Lo avevo sentito scendere e dilagare, come evocato dalle cavità violacee del cielo, quellessere immane, che sembrava dotato di membra e di volontà proprie. Da due giorni quel vento da Nord Ovest, teso e diaccio, stralunava la montagna sopra al paese e i boschi strinati di metà gennaio. In quellalba del terzo giorno senza tregua, che sapeva ancora di caffè, io e la mia cacciatora di velluto marrone rabbridivamo, abbracciati come amanti, rimuginando sul da farsi. Perfino i miei due setter, il Giovane e il Vecchio, sembrarono convenire con sufficienza che stavolta sarebbe stato inutile battere le solite rimesse, troppo alte e spazzate, e mugolarono di impazienza al risuonare ancora dubbioso della mia voce, che a loro chiedeva lultimo consiglio. La decisione fu presa in mezzo al fumo della seconda sigaretta. La Saliera Bassa: una specie di errore del bosco nelluniformità del suo vello di legno stecchito dal gelo dellinverno non ancora trascorso; una gora appena più ospitale nel mare in burrasca dei rami, coperta qua e là da bassi ginepri e unghiose rose selvatiche, affondata in una piega del monte, laggiù, vicino al fosso grande, dove lo squasso delle poste alte giunge più stanco e quasi distratto. Era lì che lavrei cercata. Raggiunsi la Saliera in pochi minuti, e non ci fu bisogno di attendere lalba, che mi aveva colto appena sopra il paese sbiadendo i fari della scassata station wagon. Beep e bubbolo al Giovane e niente al Vecchio, che ormai le innumerevoli lune avevano reso poco più di un ostinato e traballante compagno di gamba, e che solo lantica amicizia riparava ogni volta dall affronto più grave (caro, modesto, vecchio Lapo, quanta pena il lasciarti in canile...). Non ero ancora giunto alla prima svolta del sentiero più basso. Red era già lì, trenta metri più su. Sentivo a tratti, come strappato al mugghio del cielo, il suono per me vagamente inquietante che annunciava la ferma. Fui al mio posto in pochi secondi, col cuore che mi protestava indignato appena sotto il pomo di Adamo. Sapevo che cera. E sapevo esattamente dovera: sulla sinistra del Giovane, sei o sette metri più su, acquattata sotto al ginepro largo e basso che il mio setter guardava con uno strano gesto disallineato della testa, simile a quello con cui gli umani esprimono talvolta compassione o curiosità. Da lì vieniva lusta muschiata che Red beveva ad ampi sorsi con le labbra contratte. Piazzamento facile e comodo: sulla sinistra del cane, qualche metro più in basso e più avanti, nella stessa direzione del grande amico vento, che come la mano di un dio propizio avrebbe portato lei verso di me. Tutto era pronto. In quegli attimi di attesa il mondo era fermo, e laria concava e percossa sembrava vibrare come il gong di un rito eterno e ineluttabile, come lom delle preghiere tibetane. Come sempre inattesa lei si involò bassa e scomposta, contro il vento che la prese, e la sollevò verso lalto portandola al suo destino nella direzione prevista. Mi fu davanti come sospesa a pochi metri da terra, come un aquilone legato al suo filo, per un tempo che a me parve lunghissimo, quasi ferma davanti al binario nero delle canne del mio fucile. E fu allora che accadde. Vidi quellocchio. Lo vidi nettamente: grande, fisso, nero, lustro, umido e profondo come quello dei buoi e dei cervi. Ebbi limpressione fisica che anche lei mi guardasse, mi osservasse con disincantato distacco, con totale indifferenza, con lo sguardo senza età e senza emozioni delle pitture egizie. Ed io guardavo lei, che lottava ancora contro il vento, finchè si arrese e fu travolta dallaria invincibile. Solo quando era ormai sparita sopra la mia testa mi accorsi di non aver sparato. Non sono mai più tornato a cercarla. Ma lei cerca ancora me, fantasma che vaga senza pudore nelle notti in cui odo ancora il vento di Nord Ovest.
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