
"La gioia è più grande quando dei
ricordi più belli ne possono gioire gli altri"

Il nascere del giorno e la riscoperta della semplicità
seduto su una vecchia ceppaia di larice
di Giuliano Rigoni Podestà
Sono le quattro del mattino, mi giro su un fianco cercando
l'ispirazione giusta per alzarmi.- Approfitto di questi ultimi attimi
sotto le coperte per gustare questo piacevole calore, per assorbire
quanto più possibile di questo star bene.- Tendo l'orecchio
per cercare qualche rumore esterno che mi possa far intuire le condizioni
del tempo, il colonnello Giuliacci ieri sera in TV ha previsto bel
tempo con temperature al di sotto della media, ma qua da noi la primavera
a volte fa strani scherzi.- Silenzio profondo, solo il regolare e
leggero respiro di mia moglie che dorme tranquilla al mio fianco.-
Dopo un'altra occhiata alle lancette fluorescenti della sveglia, mi
deciso e nel massimo silenzio esco dal letto e lentamente mi avvio
verso il corridoio, richiudo la porta alle mie spalle e quel leggero
cigolio mi ricorda che ancora una volta mi sono scordato di mettere
una goccia di olio sui cardini, lo farò di certo al mio ritorno.-
Lei si gira nel letto ma continua a dormire.- Passando davanti alla
porta socchiusa della camera di Roberto, accosto l'orecchio e nel
buio ascolto il suo respiro, anche lui dorme profondamente e quel
suo respiro regolare mi rende felice.- Lentamente scendo le scale,
evitando il penultimo scalino che, se calpestato, emetterebbe quel
penetrante scricchiolio che a quest'ora della notte di certo sveglierebbe
tutti.- Il legno di larice, anche dopo tanti anni, rimane ancora vivo
e si muove sensibile alle variazioni di temperatura e di umidità.-
In cucina aleggia ancora il profumo della legna d'abete che ieri sera
scoppiettava nel caminetto.- Una calda sensazione di intimità
mi pervade ed è piacevole starsene seduto in attesa del gorgoglio
del caffè, sono momenti di particolare intensità dove
maggiormente riesco a sentire e, soprattutto a gustare, la mia casa,
la presenza della mia famiglia, i miei affetti.- I rituali si ripetono
come ogni volta che a quest'ora mi alzo per correre dietro a questa
mia passione, mai completamente capita da mia moglie, che con il tempo
ha finito per accettarla e, a volte, anche a condividerla con me e
con nostro figlio.- All'inizio non riusciva a capire cosa ci trovavamo
nell'uscire al freddo, di notte per salire lassù a vedere i
galli, il sole sorgere, oppure la prima neve, ed anche ora dopo tanti
anni, credo ci sopporti avendo ormai perso la speranza di guarirci.-
Mi ricordo di quella volta, in una mattina di fine novembre, in cui
sono uscito e nevicava, quella neve avrebbe ricoperto per quattro
cinque mesi la montagna e quasi con la paura di non arrivare in tempo
per vederla ancora una volta prima del lungo sonno invernale, misi
le racchette da neve nello zaino e via, da solo in auto fino al bivio
dei Larici .- Lì la neve aveva già ricoperto i bassi
cespugli di rododendro e scendeva fitta fitta, quasi con fretta.-
Preparai girata l'auto per non trovarmi in difficoltà nel momento
del ritorno e poi su, con le racchette ancora attaccate allo zaino,
fino a Bocchetta Portule e lì fermarmi seduto al riparo di
un grande masso a guardare la valle che lentamente cambiava, ad ascoltare
quel silenzio quasi sacrale.- Lassù tutto ti sembra strano,
ti lasci travolgere da quella bellezza, da quella sensazione di silenzio,
di pace e di solitudine che ti permette di leggerti dentro al cuore,
di sentire dentro di te quel qualcosa che non riesci a capire subito,
perché di solito lo allontani, ma poi ritorna e allora cerchi
di interpretarlo, di sentirlo e di tradurlo in qualcosa di reale che
poi ti porterai a casa nascosto dietro ad un sorriso.- Poi il ritorno
per la stessa strada già percorsa nell'andata, resa ora diversa
da quella fitta nevicata che aveva già quasi completamente
cancellato le mie tracce, le racchette da neve si dimostrarono essenziali
allora, perché quella candida coltre mi arrivava già
ben oltre al ginocchio e sarebbe stato difficile e soprattutto pericoloso
avanzare senza.- Alla macchina poi qualche attimo di paura nel breve
tragitto che dal segnale di divieto arriva fino alla strada principale
e per fortuna che la trazione integrale in quelle situazioni estreme
riesce a fare miracoli.- Il telefonino, lasciato imprudentemente sul
cruscotto dell'auto, registrava varie chiamate, tutte di mia moglie
che subito con un profondo senso di colpa chiamai e a cui riuscii
solo a dire "ciao" e poi per cinque minuti dovetti subire
la sua giustificata ira per la mia incoscienza.-
Lo zaino, preparato come sempre la sera prima e appoggiato vicino
alla porta d'ingresso, contiene poche ma essenziali cose, qualche
pezzo di cioccolato, la borraccia, il coltello, il rotolo di cordino
da roccia, un vecchio maglione pesante, i fiammiferi anti-vento con
il piccolo kit necessario ad accendere il fuoco comprato da mio figlio
in Lapponia e dimostratosi estremamente efficace con ogni condizione
meteorologica.- L'aria della notte mi colpisce, fredda e pungente,
non appena apro la porta d'ingresso e mi avvio verso il garage, una
breve occhiata verso il cielo, dove milioni di stelle pulsano allegre
a stemperare appena questa buia notte senza luna.- Sulla strada non
incontro nessuno, solo l'auto del metronotte che stancamente finisce
il suo giro d'ispezione, indovino il suo sguardo sospettoso e penso
abbia riconosciuto la mia auto ma rallento ugualmente per farmi vedere
meglio e tranquillizzarlo .- La salita verso la Val Giardini segna
anche la fine del tratto asfaltato e lo sterrato ora mi costringe
a rallentare, una lepre schizza dal ciglio, dove si era rannicchiata
sorpresa dall'arrivo dell'auto mentre rientrava dopo il pascolo notturno,
corre veloce davanti ai fari per qualche metro e poi sterza violentemente
infilandosi tra gli alberi di lato alzando un piccolo sbuffo di polvere
e ghiaia.- Proseguo la salita tranquillo e senza altri incontri fino
al bivio per Colombara dove mi sorprende vedere un'auto parcheggiata
di lato.- Parcheggio anch'io, con curiosità scendo e rimango
in ascolto per qualche secondo, l'auto non è lì da molto,
il tepore del cofano motore me lo conferma.- Chissà se ha imboccato
la strada per Zebio o quella verso Zingarella, decido che deve essere
andato su in alto, forse verso il Colombara.- Prendo a sinistra e
lentamente mi avvio con i sensi tesi alla ricerca di qualche piccolo
indizio o rumore che possa tradire il passaggio del proprietario di
quell'auto.- Qualche centinaio di metri ed ecco un leggero odore di
fumo di sigaretta me lo segnala, probabilmente non è tanto
davanti a me e allora affretto il passo per cercare di raggiungerlo.-
Eccolo, ora sento anche il rumore dei suoi passi, deve avermi sentito
perché rallenta ed in breve lo raggiungo e lo riconosco, è
un cacciatore della mia riserva, appassionato di camosci e di montagna
salito anche lui quassù per vedersi i "suoi" camosci.-
Poche parole ed insieme procediamo fino al bivio, dove, dopo un rapido
cenno di saluto, lui sale verso la Val Morta ed io mi dirigo al pascolo
alto sopra la malga, dove un'antica arena di canto ospita di solito
due o tre galli in parata .- E' ancora buio profondo, ma già
il silenzio della montagna è rotto da alcuni rugolii e soffi,
i galli si stanno muovendo e dai rami dei larici dove hanno passato
la notte al sicuro dalla volpe, si involano verso i "Baltz "
dove inizieranno le loro danze amorose per conquistare il centro dell'arena.-
Il sentiero appare chiaramente segnato dal passaggio estivo delle
mandrie di vacche al pascolo, sotto ai rami degli abeti più
fitti hanno creato dei tunnel dove, solo abbassandomi un poco, riesco
a passare abbastanza agevolmente.- Seguendolo arrivo al margine dell'ampio
spiazzo contornato dal fitto dei pini mughi che, come una specie di
muro racchiude il pascolo alto, da dove mi giunge il canto di almeno
due galli che hanno già iniziato la parata.- Lo scorso anno
qui avevo creato un piccolo riparo tagliando alcuni rami attorno ad
una vecchia ceppaia di larice, dove comodamente seduto all'asciutto
e al riparo, riuscivo ad avere un'ampia visione dell'intera area.-
La montagna, che fino a qualche minuto prima appariva deserta e silenziosa,
si sta ora lentamente presentando con i piccoli rumori dei suoi abitanti
che, come animati da un segnale convenuto, iniziano le operose attività
quotidiane.- Il canto degli uccelli saluta il nuovo giorno, un merlo
spaventato chioccia poco lontano e i due galli, allertati, smettono
per qualche secondo il loro rugolio, per poi riprendere con maggiore
foga le loro esibizioni.- Un pettirosso a spasso fra i mughi, saltella
tra i rami e si ferma incuriosito a pochi metri da me, sembra salutarmi
con il suo caratteristico su e giù sulle zampette e il buffo
movimento della sua coda, gira la testolina da un lato, il suo petto
colorato viene illuminato dalla prima luce del mattino, scrolla le
piume e frettoloso come è arrivato se ne ritorna a caccia di
insetti tra il fitto.- Un fruscio d'ali sopra alla mia testa, una
gallo plana verso l'arena e subito altri due lo raggiungono dal lato
destro, si posano al limite di quell'invisibile confine tracciato
dal vecchio re che per primo aveva dato avvio al canto mattutino.
Il binocolo mi avvicina a quella scena, gli sfidanti che gonfiano
le penne e le caruncole, il regnante che gira su se stesso per rintuzzare
i vari attacchi dei giovani, avanza e indietreggia con falso disordine,
sbatte le ali e sbuffa, il collo ingrossato proteso verso i contendenti
con gesti di medioevale sfida, brevi pause seguite poi da intensi
cori di rugolii e soffi, qualche scontro, più spettacolare
che di forza, che fa volteggiare in aria piccole piume del collo e
del petto.- Ormai è giorno, laggiù in fondo il paese
sta lentamente spegnendo le sue luci, un Jet passa alto nel cielo
e la sua scia riflette già i rossi raggi del sole che qua in
basso ancora non sono giunti.- In fondo al breve declivio che chiude
lo spiazzo, intravedo la sagoma di un capriolo, sale brucando qua
e là i primi crochi che spuntano dal terreno appena liberato
dalla neve, in alcuni angoli meno soleggiati, qualche residuo ghiacciato
rimane ancora coperto da quella strana muffa che assomiglia quasi
ad una ragnatela ammucchiata che raccoglie la polvere e i piccoli
aghi di pino portati dal vento, caratteristica di questo periodo sui
bordi delle ultime chiazze di neve.- Stranamente nessuna femmina si
avvicina all'arena, forse è troppo presto ancora o forse la
troppa confusione creata da quei guerrieri, consiglia le timide donzelle
a rimanere in disparte a gustare i primi succosi germogli.- Probabilmente
la gerarchia all'interno dell'arena non è ancora ben definita
e forse due o tre galli si equivalgono come forza e bellezza, di solito
è chi riesce a conquistare e a mantenere il centro di questi
teatri a godere maggiormente dell'attenzione delle galline che lo
giudicano, giustamente, il più forte e degno padre dei loro
futuri pulcini.- Il sole riscalda gradualmente l'aria e raffredda
l'animo dei contendenti che ad uno a d uno si involano rumorosi e
raggiungono i vicini larici dove, dopo qualche ultimo canto di sfida,
iniziano a beccare le fresche e gonfie gemme.- Un improvviso silenzio
cala tutto attorno, nell'aria appare palpabile un segnale di pericolo,
il gallo più vicino a me, appollaiato su un ramo alto di un
larice storpiato dal fulmine, rimane immobile, piega la testa da un
lato osservando il cielo, un'aquila volteggia in alto, gira lentamente
senza un battito d'ala seguendo le correnti ascensionali che salgono
dalla valle.- Le rosse caruncole dei galli, che nella foga del corteggiamento
si erano gonfiate a dismisura, ora appena si vedono, le code prima
aperte a ventaglio ora sono chiuse per ridurre al minimo il contrasto
con il bianco del sottocoda, sembrano quasi degli altri uccelli ora,
così altezzosi e possenti prima , così umili e schivi
adesso in presenza del pericolo alato.- Con successivi volteggi circolari,
la signora delle cime si sposta verso est e sparisce assorbita dalla
forte luce del sole ormai alto, lentamente le attività riprendono
e tutto ritorna alla normalità, chi lisciandosi le penne e
chi continuando a piluccare tra i rami dei larici, solo il vecchio
gallo resta immobile con le penne arruffate e un atteggiamento di
riflessione, forse starà pensando a quanto potrà ancora
dominare su quell'arena dopo i primi scontri di questi giorni, quel
giovane gallo con le piume della coda molto arcuate, appare un tipo
pericoloso ed anche quello più giovane meno esperto e bello
non è comunque da sottovalutare.- Guardo l'orologio, ormai
è ora di tornare verso casa, le parate sono terminate e fino
a domani i "cavalieri" erreranno per la montagna alla ricerca
di fresco cibo primaverile, dopo un inverno passato a mangiare di
magro riempiendosi lo stomaco di aghi di pino.- Cercando di non disturbare
gli ultimi rimasti sulle cime dei larici, mi defilo al riparo dei
mughi e raggiungo il sentiero che scende fino a dietro la malga, ora
è più facile ed è piacevole scendere così,
senza fatica respirando quest'aria pura ed odorosa di resina e di
terra in amore.- Mi fermo poco sopra l'ultima ripida discesa che scende
fino al vecchio roccolo dell'Angelo, sfilo la giacca e mi siedo su
un secco cespuglio di erica ammirando quella splendida visione.- La
valle coperta d'abeti con in fondo la piana del paese, ad Est la rotonda
e nuda forma delle Melette di Gallio, più oltre quelle di Foza,
mentre confuso nella nebbia dell'orizzonte spicca il massiccio del
Grappa ancora in parte ricoperto di neve.- A volte tutto questo mi
appare come qualcosa di normale, il solo fatto che è lì
da sempre lo fa sembrare usuale e invisibile ai miei occhi, a volte
invece, come in queste particolari mattine dove veramente ci si sente
soli in questa splendida realtà, tutto questo mi si presenta
come un grande regalo.- Istintivamente guardo in alto, il cielo azzurro,
le pallide nuvole stirate dal vento, quel volo di corvi imperiali
e quel sentirsi parte di qualcosa di immenso e misterioso.-
La genesi o il meno misterioso Big-Bang con la successiva evoluzione
delle specie, qualsiasi sia l'origine di tutto questo, siamo noi credenti
o atei, di certo non possiamo rimanere indifferenti a questo grande
spettacolo che la natura sa darci.- Anno dopo anno, con i rituali
del corteggiamento e della procreazione, la nascita e la morte, viste
dal mondo animale solo come l'inizio e la fine di qualcosa, ed è
forse per questo che la lotta per la sopravvivenza appare quassù
così forte e dura.-
Se giudichiamo questo con una visione spirituale ci sembrerà
duro e difficile se non impossibile da accettare, ma se invece riusciamo
a guardare tutto ciò con semplicità e naturalezza, senza
costruirci sopra chissà quali strani mistici misteri, forse
ci accorgeremo che abbiamo veramente molte cose da imparare e forse
ricordare, cose che magari migliaia di anni fa erano per noi naturali
come lo sono ora per loro, ma che l'evoluzione umana e uno strano
bisogno di misticismo, ci ha costretto a dimenticare o a nascondere
profondamente dentro di noi.-
Forse si tratta solamente di ricordare il nostro passato e ricominciare
a vivere, con semplicità e senza troppi perché, gioendo
di ciò che vediamo, tocchiamo e gustiamo, sorridendo da soli
davanti a questo spettacolo e a questi inconsapevoli attori, che troppo
spesso dimentichiamo pressati dal ritmo frenetico della nostra quotidianità
.-
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