|

"La gioia č pių grande quando dei
ricordi pių belli ne possono gioire gli altri"

La
Beccaccia di Natale
di Eugenio Gherardi
Alla
fine lo avevo convinto a quell’ultima uscita il 22 prima della
fine della stagione, anche se lui diceva di volersene stare a letto,
finalmente a riposare.
Ci troviamo lungo la strada e poi su alla casa di caccia per il caffè
e le battute di rito; prima di uscire, il capocaccia esclama: “Franceschetti,
ti aspetto all’una con la beccaccia”.
Sciolti i cani, ci avviamo su per la cavedagna; la nostra zona è
perfetta per la beccaccia, il tempo è coperto e fa freddo:
non diciamo niente, ma dentro di noi siamo fiduciosi; siamo anche
rilassati, perché, a differenza della libera, qualche fagiano
si alzerà sicuramente ad allietare la giornata.
Ci buttiamo giù verso il ruscello dove ci sono delle belle
sponde di bosco; i cani lavorano bene ed Avon alza il primo codalunga
nel fitto del bosco senza che io possa tirargli.
Un secondo si invola direttamente dalla pianta, l’urlo di Zelli
mi mette sull’attenti, la detonazione spacca la quiete del bosco
ed il fagiano è presto recuperato dall’acqua da Garcia.
Decidiamo di salire verso la cima del monte dove i primi pallidi raggi
di sole scaldano il terreno e dove sarà più probabile
levare qualche selvatico; questi infatti non si fanno attendere, ma
i fagiani di fine Dicembre, anche se incalzati dal diabolico Garcia,
sono leggeri e frullano tutti lunghi, salutati da qualche improbabile
schioppettata.
Frughiamo avidamente tutte le possibili rimesse della regina: prode
di siepi, sponde di bosco, spinaie, forre di razze ma niente, di lei
nemmeno un fiato, una flebile usta.
Scendendo dall’altro versante, Garcia alza una femmina da un
intricato cespuglio, le severe fucilate di Zelli la riducono a più
miti consigli e finisce nella ladra.
Proseguendo, entriamo in un lungo tratto di bosco che attraversiamo
cauti; diversi fagiani si involano dalla sommità del bosco
sotto la spinta di un frenetico Garcia, ma non riusciamo ad incannarli
nel fitto anche perché, al solito, le distanze sono iperboliche.
A un tratto Avon, fino ad allora poco incisivo, alza il muso venteggiando
e comincia a risalire il bosco a testa alta come guidato da un filo
invisibile cadendo in ferma in prossimità di un vecchio tronco
coperto di edera; mi affanno per andare a servirlo pensando all’arcera.
Il cane è immobile e mastica l’effluvio, dopo qualche
interminabile manciata di secondi lo incoraggio ma il selvatico non
si palesa; il cane allora fa una semicirconferenza per passare oltre
il tronco ed un bellissimo fagiano si alza: anche questo raggiunge
ben presto gli altri nella mia ladra.
Usciti dal bosco percorriamo un languido crinale contornato da spinaie
e scope molto fitte; è quasi mezzogiorno e decidiamo di fare
tutto il crinale per poi tornare indietro lungo una cavedagna a mezza
costa; frugate a dovere le rimesse più probabili, senza esito,
torniamo indietro. Un fagiano mi porta via due fucilate e a fucile
ancora aperto e scarico dico: “ Zelli, per chiudere degnamente
la giornata bisogna alzare la pizacra, mi va bene anche se la alza
Avon e le tiri tu”. Ci trovavamo in un punto in cui due stradine
si incrociano a valle di un piccolo tratto di scope fitte e pruni.
Avon intanto si infila dentro deciso e mentre noi proseguiamo i commenti,
udiamo un frullo proprio dal prunaio; “Cazzo! La beccaccia!!”
Questa esce dal lato che dà sulla strada che incrocia la nostra,
ma invece di proseguire verso valle, viene diritta verso di noi: è
un’apparizione, una saetta, silenziosa e lucente, sembra scolpita
nel legno. Io la guardo con il cuore in gola, impotente con il fucile
scarico, Zelli imbraccia e PIM PUM sono due fucilate di punta, PAM
è quella da dietro, ma la beccaccia se ne va! Avon esce dalla
spinaia a mille, ha una zampa completamente insanguinata ed il tartufo
graffiato, ma non siamo riusciti a premiare la sua coraggiosa azione.
Innalziamo al cielo i dovuti strali per la mancata cattura e subito
dopo cerchiamo di individuare la possibile rimessa: uno spicchio di
bosco a mezza costa alle nostre spalle mi sembra l’unica scelta
e ci avviamo. Richiamato all’ordine Garcia che stava rischiando
grosso con un cinghiale in un razzaio, arriviamo finalmente al boschetto:
io lo prendo da sopra, Zelli taglia dentro attraverso la parte inferiore.
Avon cerca eccitato, battiamo palmo a palmo con attenzione fino ad
uscire dal lato inferiore destro, dove il bosco è limitato
da un ruscello. Il tempo di vedere Avon fare buono in prossimità
della sponda e la Beccaccia si leva portandomi via un urlo ed una
fucilata sparata più che altro per avvertire Zelli a una cinquantina
di metri da me; la sua fucilata, da dentro il bosco, arriva subito
e con essa urla di gioia: la pizacra è nostra!!
Corro verso di lui: è là che gongola con la regina in
mano e dieci chili di pensieri in meno; una battuta, un abbraccio
ed esausti ci godiamo insieme quel momento magico; dopo giornate intere
passate alla ricerca di quel fantasma e serate dense di frustrazioni
e dubbi, ce l’abbiamo fatta.
Prendendo in mano quel fantastico selvatico, un’ombra di tristezza
avvolge i miei pensieri, abbiamo violato il suo regno, non volerà
più, non ci regalerà più emozioni irripetibili.
Ti piacerebbe pubblicare il tuo
racconto?
Trasmettilo a tedeschi@scolopaxrusticola.com |