I Forum di Scolopax rusticola
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Beccacce vissute

"La gioia č pių grande quando dei ricordi pių belli ne possono gioire gli altri"


penne del Pittore


La mattina al bar
di Giorgio Conforto Tognarini

La lancetta dei minuti dell’orologio del Bar segnava esattamente le ore sei di un giorno di novembre permesso alla caccia.
Come sempre, a quell’ora, il Bar era affollato dai soliti avventori in massima parte cacciatori del paese in procinto di dividersi le zone di caccia, al cinghiale, ai colombacci e alle beccacce.
Tutti si apprestavano a prendere caffè, cappuccini ecc..
Da poco era arrivato il garzone del fornaio con il cesto pieno di paste e briosce, che diffondeva nell’aria mattutina l’odore caratteristico della recente sfornata.
Nel mezzo al folto gruppo vociante si notavano tre o quattro giovani, con abiti nettamente contrastanti con la generalità degli avventori, sicuramente tornanti da qualche discoteca del luogo, dando al quadro generale un' eterogeneità particolare.
Si erano formati tre gruppi di cacciatori che raccontavano le avventure di caccia dei giorni precedenti e le prossime eventuali nominando zone, persone, cani.
Il gruppo a sedere, in fondo a destra, era quello considerato il più raffinato perchè rappresentava i cacciatori di beccacce.
Tenevano banco i veterani di tale tipo di caccia che la praticavano da più di trenta anni e che si erano formati attraverso esperienze faticose, senza l’aiuto di nessuno,ma tutto sulla propria pelle, particolarmente per quanto riguardava la ricerca delle zone adatte alla caccia e l’addestramento del proprio ausiliare.
Questi due o tre veterani erano attorniati da giovani di età che, con occhi spalancati ed orecchie allargate, cercavano di far tesoro di quanto essi dicevano.
L’atteggiamento dei veterani era volutamente diverso da quello che molti anni prima avevano tenuto i loro due o tre predecessori che mai avevano voluto far conoscere alcuni segreti ed astuzie per lo svolgimento della caccia a beccacce con l' egoistica paura di dover dividere le eventuali gioie della stessa caccia.
Essi infatti, forti della loro esperienza, e della bravura dei loro cani, non avevano troppo timore di detti giovani e nello stesso tempo amavano e godevano circondarsi di giovani seri ed appassionati e leali che riportavano alla loro mente le dure esperienze della gioventù e cercavano di educarli allo spirito leale della competizione con l’amata regina del bosco.
Cominciò così uno dei vecchi più esperti ad enumerare le teorie di base della caccia alla beccaccia.
Il codice di comportamento non scritto alla beccaccia era la prima lezione che era impartita ai giovani.
Per meritarsi l’appellativo di ‘cacciatori di beccacce’ dovevano sempre mantenere una provata moralità sportiva nel rispetto delle leggi della natura.
Dovevano cacciare, non semplicemente per sparare colpi a destra o a sinistra per uccidere animali o impadronirsene, ma considerare la battuta di caccia come una serie di operazioni tecniche da non potere indifferentemente agire in un modo o in un altro quando il raggiungimento dello scopo é difficile e incerto, inventando un procedimento, sempre diverso di volta in volta, per risolvere le difficoltà e incertezze incontrate.
Dovevano tenere sempre presente che la caccia alla beccaccia è il non plus ultra fra i tipi di caccia, quella che, per il beccacciaio, rappresenta in ogni tempo il suo sogno e che al sopraggiungere dell’autunno gli fa intravedere che la preziosità di un solo incontro gli rende piena la sua giornata trascorsa fra poggi boscosi impervi e misteriosi.
Che la beccaccia, sovrana del mistero, regina del bosco, è creatura che sintetizza la dolcezza della stagione autunnale, della quale porta i colori delle foglie morte nella sua livrea e merita un posto d’onore come una regina.
Dal mistero è avvolto il suo giungere nelle nostre zone, il suo localizzarsi in una piuttosto che in un’altra località, in una piuttosto che in un'altra giornata.
Dovevano sapere che il suo comportamento varia da caso a caso, e non è mai lo stesso con una sfumatura di particolari che soltanto un incallito suo amatore è in grado di valutare anche se non sempre di spiegare.
E’ una regina che non si concede a tutti, bisogna meritarsela per conquistarla.
Al cacciatore il suo frullo lo elettrizza,il suo volo falcato e frusciante, silenzioso ed apparentemente incerto gli dà il batticuore e quando con un colpo ben assestato, fra le piante del bosco ,gli dà il possesso della preda, la sua gioia è al massimo, la sua soddisfazione è tra le più intimamente sentite, quelle che difficilmente possono essere eguagliate.
La beccaccia è sempre rara, anche quando ne troviamo diverse in una giornata, giornate da segnare sul calendario perché si ripresenteranno raramente nel corso della nostra esistenza.
E’ un dono della natura e, come tutto ciò che è donato da questa, ha un suo pregio inconfondibile.
Il carniere a beccacce non sarà mai troppo gonfio di selvatici, ma pieno di magnifiche esperienze.
Una sola beccaccia serve a riempire una giornata intera di caccia ed a farci sentire veri cacciatori di vecchio stampo , amanti dell’arte di questo magnifico sport.
Come in nessun altro genere dell’attività venatoria , la caccia alla beccaccia necessita d' esperienza che si accumula con vari anni di pratica e con l’attenta osservazione del suo comportamento.
Non sono molti i cacciatori che si dedicano a questa caccia e sono quasi tutti esperti cacciatori.
Dovevano sapere che questa caccia, oltre alla fatica vera e propria richiede una particolare passione ed altrettanta abnegazione e perseveranza e che si svolge fra rovi e spine, nel silenzio dei boschi, dove difficilmente si vede altra selvaggina.
Essa non è fatta per coloro che temono l’umidità della macchia, la pioggia, la nebbia, e lunghe camminate certamente non compensate dalle poche vittime incarnierate.
Non è caccia da grandi sparatorie, ma caccia solitaria, quasi un rito religioso.
Solo chi ha innata per natura quella forte e folle passione chiamata ‘fuoco sacro’, potrà diventare un vero beccacciaio sì da trascurare ufficio, famiglia per battere il bosco, qualunque sia il tempo, camminare dalle sette del mattino fino alle cinque della sera, senza fermarsi nemmeno a fare colazione, lasciare attaccato alle marruche e nelle razzine un brandello della cacciatora o graffiarsi la faccia, la punta del naso, le orecchie e le gambe.
Bisogna essere cacciatori nell’anima per comprendere il fascino di questa caccia in cui sono collaudate la robustezza e la resistenza del cacciatore dalla vita rude, primitiva e faticosa attraverso le folte macchie, dove come detto sopra, le marruche, le caccavelle, gli inchiodacristi, la pioggia sferzano il viso e flagellano il corpo.
I giovani , sempre più presi da queste massime che il vecchio cacciatore stava loro impartendo,avevano assunto un atteggiamento ancora più partecipante che aveva allontanato in parte la frenesia della prossima partenza per la caccia.
Il vecchio , dopo aver sorseggiato un cappuccino, rimase un momento pensieroso, le voci, il frastuono, le luci del bar dove si trovava, come in un sogno sparirono dalla sua mente ed arrivarono chiare le immagini di tante splendide giornate di caccia passate con i suoi cani e si abbandonò completamente a tali cari ricordi.
Fu svegliato da quei sogni dal compagno di tante battaglie che, con tono brusco, lo invitò a prepararsi per la partenza.
Così salutando i giovani nembrotti, dopo aver ripartito le zone per l’aspetto mattutino, al rientro della beccaccia alle prime luci dell’alba, il gruppo decide di partire per le poste stabilite con l’intento di ritrovarsi tutti, ad aspetto terminato, al solito punto della via aurelia per poi ripartire per le zone, solitamente nel grossetano, per le battute con i cani.
Con il saluto e l’augurio di "in bocca al lupo" da parte del barista il bar piano piano si svuota e rimane silenzioso, dimenticandosi del vocio di pochi minuti prima, preparandosi al prossimo assalto di voci di bambini che si apprestano ad andare a scuola .





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