Amici di Scolopax
Amici di Scolopax - Natura e Passione

Beccacce vissute

"La gioia č pių grande quando dei ricordi pių belli ne possono gioire gli altri"


penne del Pittore


La prima beccaccia
di Antonello Carlone

La prima beccaccia la sparai a Diomede, località sotto Toro vicino al fiume, che veniva denominata così perché un signore di nome Diomede aveva un terreno proprio in quella zona. Capitava spesso che i posti di caccia per comodità venissero individuati in questo modo, a meno che non avessero nomi storici o legati a leggende, come la Vecchia di Toro, posto di beccacce, sempre sotto il fiume, sormontato da una collinetta alla cui sommità gli anziani giuravano di aver visto una vecchia strega filare la lana. Una storia fantastica e incredibile, però pensate un attimo ad immaginare l’effetto che può fare la visione di una vecchia strega, che fila la lana in cima ad una colle, se la storiella viene raccontata ad un bimbo di cinque anni. Io la visione della strega sul colle l’ho perfettamente nitida nella mia mente, perché mio Padre, probabilmente, quando mi ha raccontato la storiella per farmi un po’ paura, l’ha resa reale.
Comunque, la cacciata iniziò da sotto il fiume a salire in alcune macchie di bosco di quercia foltissima, anche se era la fine di novembre. Avevo già il porto d’armi e il mio fucile. Al contrario della caccia alle quaglie, molto più numerose che davano la possibilità anche ad un ragazzo di tredici anni di partecipare attivamente, la caccia alla beccaccia era cosa seria e sacra. La preda più ambita, frutto di sacrificio e sudore, difficile da sparare perché la schioppettata era la combinazione dell’elaborazione che i sensi avevano dato del posto, del rumore del frullo e di quel poco che avevano intravisto tra il fogliame. Era roba per cacciatori seri, fatti, smaliziati, non era possibile farla sparare, ognuno la sentiva e la sparava a modo suo. Avevo dovuto aspettare di avere la licenza di caccia per poterci provare, prima non era stato possibile. Iniziammo a salire lungo un sentiero di terra battuta, dove il bosco diventava meno folto, sullo spartiacque di un lieve crinale che sulla destra vedeva degradare dolcemente le querce fino giù al vallone. Mio Padre, Oreste ed io in coda a chiudere la squadra. Due cani, Tina e la mia Scilla, setter bianco nero, il mio primo cane preso a due mesi e cresciuto a caccia insieme a me. Intelligente, autoritaria, testarda e brava. Quel giorno era agli inizi aveva poco più di un anno, ormai non mordeva più la coda a Tina quando era in punta, era diventato un cane serio, un’ottima cacciatrice. Quasi alla sommità del viottolo i cani davanti a noi, trovarono nell’aria quello che cercavano, fecero pochi passi nel bosco folto e puntarono insieme, senza disturbarsi. A gesti mio Padre mi disse di venire avanti, Oreste si fece di lato, passai e mi misi in posizione. Cercai di studiare il posto, di immaginare dove si sarebbe alzata, che strada avrebbe preso nell’aria, quando e come avrei potuto lasciare la schioppettata con qualche possibilità di successo. Sentii mio Padre che mormorava a bassa voce ”stai attento”, c’era poco da stare attenti, il bosco era foltissimo, non avevo altre possibilità che stare dietro i cani, sarebbe andata come doveva andare e pace. Si alzò, con il suo frullo caratteristico, pochi colpi d’ala e sarebbe scomparsa alla vista. Ma non era una, erano due. Una coppia, caso abbastanza raro. Si alzarono insieme, contemporaneamente, tranquille affatto nervose, con un volo non loro, lineare quasi sapessero che dall’altra parte c’era un neofita che non sarebbe stato in grado di metterle in pericolo, loro le regine del bosco avevano fatto fare magre figure a beccacciai esperti e navigati, figuriamoci ad uno che per la priva volte le minacciava. La schioppettata partì, in direzione di una delle due, confesso ad occhi chiusi. Aveva un bel dire mio Padre che dovevo mirare, l’eccitazione era troppo forte nonostante mi ripromettessi sempre di farlo, quando l’animale volava, fosse quaglia, beccaccino, beccaccia o altro la schioppettata partiva da sola nella direzione che la mente stabiliva senza nessun riferimento al mirino posto alla fine della canna, partiva a mente, a occhi chiusi. Molti la chiamano fucilata di stoccata, d’imbracciata, per me era e resta ad occhi chiusi, forse per la paura di sbagliare. Sono dovuti passare più di dieci anni, perché riuscissi a mirare, ad avere la calma e l’esperienza per accompagnare l’animale, anticiparlo, collimare l’occhio col mirino e il bersaglio, collegare il cervello al dito e sparare. Quella prima beccaccia, però, presuntuosa e incosciente quando riaprii gli occhi aveva finito la sua corsa, aveva fatto uno strano movimento come di una macchina che all’improvviso frena bruscamente e si ribaltata. La schioppettata l’aveva presa in pieno, ne aveva fermato la corsa, e la coda rigirandosi in alto più veloce del resto del corpo aveva superato la testa. Stava cadendo rimbalzando sui rami degli alberi fino a terra, lasciando qualche piuma in aria durante la caduta. Ebbi il tempo di tirare la seconda fucilata anche all’altra, ma era una fucilata distratta, di presenza, quello che avevo fatto con la prima era troppo importante perché mi interessasse la seconda. Avevo fatto la mia prima beccaccia. Arrivai su di lei molto prima del cane, quelle che prima mi sembravano spine impenetrabili, pareva si fossero improvvisamente abbassate per farmi passare. La raccolsi nella mano sinistra, le ordinai le penne e riaggiustai le piume, la composi perfetta e la mostrai a mio Padre con tanto di quell’orgoglio che lo avrei potuto vendere a peso. Di rimando, mio Padre, mi gelò “le potevi fare tutte e due”. Ma come, era quasi un miracolo che ne avessi fatta una, la prima, tra l’altro sparata ad occhi chiusi, ma questo guai a dirglielo, e lui pretendeva che le facessi entrambe. Oreste accennò, un mezzo sorriso, mi prese la beccaccia dalle mani, la fece sentire ai cani, ed esclamo “bella beccaccia” .
Ero così emozionato che avevo trascurato di fissare il punto dove era andata a rimettersi la seconda. E quando mio Padre mi interrogò, rimediai una figuraccia che, da parte sua non meritò nemmeno un commento. Incassai e rimasi ad ascoltare, con la coda tra le gambe nonostante la prodezza appena compiuta e quello che per me rimaneva un miracolo. Oreste e mio Padre discussero a lungo perché la beccaccia aveva fatto una mossa strana. Sembrava quasi che si fosse rimessa in un campo di grano che a novembre non offre nessun riparo, visto che il grano è alto appena dieci centimetri. Cosa davvero strana per un uccello che vive nei boschi e che solo tra i rami riesce a difendersi dai predatori. Però era pur vero che la beccaccia si era diretta, uscendo dal bosco, proprio in direzione del campo di grano. Ci incamminammo, attraversammo il campo bagnato dalle piogge di novembre, gli stivali diventarono pesanti perché si riempirono di fango e superammo il dosso dietro il quale era scomparsa la beccaccia. Al centro, in un piccolo avvallamento, c’era un tratto d’incolto, pochi rovi, un po’ di falasco qualche albero appena nato. Mio Padre lo indicò con la mano. Era quello l’unico posto dove poteva essersi rimessa la beccaccia e mi fece cenno di andare in quella direzione. Loro rimasero alti, io scesi verso l’incolto. I cani erano spaesati, non avevano visto la rimessa e quindi, non capivano quel cambiamento nell’organizzazione della cacciata, non capivano cosa stessimo facendo fuori dal bosco visto che si andava a beccacce. Andai a presidiare l’incolto. Mi piazzai con il fucile in mano, pronto per ogni evenienza. Dovetti sgolarmi non poco per convincere i cani ad avvicinarsi e probabilmente la beccaccia si insospettì, tanto che appena sentì i cani si alzò. La beccaccia quando vola al pulito perde tutta la sua abilità, anzi ha un volo abbastanza goffo prevedibile, rettilineo, soprattutto se paragonato alle scartate improvvise e all’abilità che mette in mostra tra gli alberi. Fuori dal bosco è un tiro semplice, senza onore. Si alzò bassa, a non più di un metro e mi passo davanti vicinissima. Riuscii a vedere il grande occhio nero al centro della testa, tutto il piumaggio in perfetto ordine. Avevo già il fucile imbracciato e sfortuna volle che vidi il mirino esattamente sulla beccaccia, non ci pensai due volte e a brevissima distanza ebbi la malaugurata idea di sparare. Il fucile da caccia, a canna liscia, con cartucce a pallini è fatto per colpire gli animali dopo i venti venticinque metri, quando la rosata dei pallini si è ormai allargata. Sparando prima si rischia di rovinare la preda, tanto sono fitti i pallini che, appena usciti dalla canna, ancora costituiscono un unico blocco a forma di cilindro compatto che via via si allarga allontanandosi. La beccaccia era a non più di due, tre metri, i pallini erano ancora ammucchiati a fare una sorta di palla. Contemporaneamente al rumore della schioppettata si levo in cielo un grido sacramentato di mio Padre che, anche se da lontano, si era reso perfettamente conto di quello che avevo fatto e già immaginava l’animale ridotto in poltiglia, centrato in pieno ed esploso in aria. La colpii di striscio, scavandole un solco di qualche millimetro sulla schiena, lo choc la fece cadere e i cani completarono il lavoro. Ma il fatto che non l’avessi rovinata non mi evitò una cazziata terribile da parte di mio Padre. Oreste non poté niente, non osò proferir parola. L’avevo fatta grossa.




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