Il suono frenetico
della sveglia rompe il silenzio della notte e per un istante il
richiamo caldo del letto prevale sulla ragione e sul cuore; ma,
appena il pensiero è lucido e il sonno vinto, ecco il ritorno
fulmineo della passione, quella vera, che non ti fa dormire la notte
e che solo pochi comprendono.
Sono le 5.30 di una domenica di fine novembre e non c’e’
più tempo da perdere, l’alba è oramai alle porte.
Giusto il tempo necessario per vestirsi e via all’appuntamento
con papà e con il grande Roy, un bellissimo setter inglese
di cinque anni e mezzo, soprannominato “il Professore”.
La macchina scivola veloce nella tranquillità della notte
e il suo rumore squarcia il silenzio della città che dorme.
Ecco, la luce è accesa e papà è già
fuori e mi fa cenno di aprire il cofano: l’arrivo di Roy dal
giardino è imminente.
Nemmeno il tempo di sistemare la cassetta con tutto l’occorrente
per la caccia e lui è gia al mio fianco, tutto sbuffante
e col pelo ritto: è pronto per un’altra avventura,
a regalarci un’altra di quelle gioie che nessuno può
comprendere appieno, ma che sicuramente accompagneranno nel ricordo
le fredde serate invernali della nostra vita.
Dritti al bar a prendere il caffè e a scambiare quattro battute
con quel gruppetto di amici come noi molto mattinieri e poi via
di corsa verso quel posto solitario e misterioso che gelosamente
nascondiamo con molta cura, quel posto studiato giorni e giorni
prima.
Lungo il tragitto, mio padre, come al solito, cerca di rendermi
la guida più piacevole raccontandomi il comportamento mattutino
di Roy.
“Sai, questa mattina il cane si è svegliato addirittura
mezz’ora prima che suonasse la sveglia e con molta garbatezza
ha raspato alla porta come per dire lo so che oggi si va a caccia…io
sono pronto!”.
Appena mezz’ora di strada ed eccoci al posto giusto.
L’alba irrompe oramai nel buio spesso della notte dando colore
e vita a tutto ciò che prima sembrava grigio e inanimato.
Appena giù dalla macchina, le utili raccomandazioni tattiche
di mio padre:” Mi raccomando: andiamo di pari passo e occhio
al cane; e attento a non sparare basso!”.
Raccomandazioni utili nella caccia alla beccaccia, raccomandazioni
di un uomo che ha speso tutta una vita alla ricerca di quel magico
selvatico e che conosce bene quanto sia difficile insidiarla e imprevedibile
il suo comportamento.
“Ale, tieni. Questa di prima canna e questa di recupero. Le
ho caricate ieri sera per questo freddo: vedrai non ti deluderanno”.
Roy è pronto e sa cosa fare. Lo sa bene e la sua contentezza
mi ha già ripagato per il sonno perduto.
La zona è quella ideale per la Regina: macchia mediterranea
con querceto e arbusti d’olivo molto fitti, insomma tutto
ciò che serve alla furbacchiona per eluderci.
Io cammino a circa dieci metri da mio padre e Roy fa la spola un
po’ più avanti, come il carrello di una macchina da
scrivere.
Ad un certo punto, dove la boscaglia è più fitta,
il cane inizia a gattonare ed suono della campanella è sempre
più fioco. Il sangue mi gela nelle vene ed il cuore mi balza
in gola. “La beccaccia ci può essere” mi ripeto
tra me stesso.
Intanto Roy scende veloce per un sentiero per poi risalire lentamente
con il muso all’insù fino a fermarsi di colpo: è
seduto per terra, fermo, immobile, come incantato da una strana
magia.
“Ale, attento, il cane è in ferma -urla mio padre-.
Guardati dalla destra, io cerco di raggiungere l’angolo opposto!”.
In un istante mi tornano in mente tutte le raccomandazioni fattemi
prima di scendere dalla macchina, ma una è fissa nella mia
mente vedi che se il cane entra in ferma puoi stare ben sicuro che
la furbacchiona è lì; Roy non sbaglia!
“Dai Roy –inizio a balbettare-, dai bello”.
Le parole mi escono dalla bocca senza che me ne renda conto, la
pressione sanguigna è alle stelle!
Tatatatatà….ed il rumore inconfondibile irrompe nel
silenzio dello spazio circostante.
“Papà, attento, viene verso di te!”.
Ma la boscaglia è molto fitta e la regina vola via invisibile
come un sogno al risveglio.
Le solite imprecazioni seguite da quei leggeri autorimproveri e
poi via, pronti nuovamente per quel magico gioco che è la
caccia.
Quando succedono queste cose mi viene in mente la frase di un mio
vecchio amico, un grande cacciatore di beccacce:” Alessandro,
con la regina sono più i dispiaceri dei piaceri…Ricordalo
sempre!”.
Il tempo necessario a capire dov’e’ che stava nascosta
e soprattutto a capire la direzione della sua involata, e siamo
nuovamente pronti per la grande cerca con la speranza di un incontro
più fortunato.
Roy continua incessante il suo lavoro e di tanto in tanto alza lo
sguardo come se mi volesse controllare ed essere sicuro del nostro
supporto.
Ad un certo punto inizia nuovamente a gattonare, poi nulla, e riprende
la sua galoppata a scendere per una leggera scarpata fino all’angolo
dove la macchia s’innesta con il bosco; ed ecco che gattona
nuovamente e poi scompare totalmente alla vista. Il suono della
campana che fino ad un secondo prima indicava la posizione del cane
si arresta completamente.
“Papà –urlo-, il cane sarà in ferma! Attento,
non riesco a vederlo!”.
Ed ecco il frullo, quasi immediato stavolta, e subito dopo la sagoma
scura della regina si materializza in cielo.
In una frazione di secondo il fucile mi scivola sul viso…giusto
un attimo per accompagnare il vol rapido del selvatico e poi….tum-tum!
Il rumore delle due fucilate sincronizzate perfettamente squarciano
la quiete del bosco.
“Bravo! –urlo- bravo! E’ fatta! Dai Roy, portala
su, dai!”
Il professore ha la regina in bocca e torna fiero verso papà:
è lui il suo padrone ed è lui che col cane merita
la massima onorificenza.
Quel magico momento viene coronato da un abbraccio a tre e dalle
parole di mio padre:” Te lo dicevo che se Roy va in ferma
ti puoi giocare tutto, ma lì c’è la beccaccia.
Bravo Ale, abbiamo tirato contemporaneamente. Era troppo bello quell’angolo
di bosco per non beccare la regina!”
L’orologio segna le undici del mattino e tra un po’
sarà ora di tornare alla macchina, anche se Roy non ha alcuna
intenzione di rientrare.
Oggi è un giorno fortunato: la regina è nostra e non
importa chi realmente merita di sedere sul trono più alto.
Importano invece la semplicità dei gesti e la correttezza
nei confronti del selvatico, consapevoli che il nostro rispetto
per lei sarebbe stato uguale anche se, come il più delle
volte accade, la beccaccia non ci avesse regalato la seconda opportunità.
Dedico queste righe ad un grande cacciatore, mio padre, che con
la sua semplicità mi ha insegnato l’arte della caccia,
e soprattutto al mio sfortunatissimo “professore” che
mi ha lasciato nel momento migliore della sua vita.
Ciao Roy, forse un giorno, chissà, ritorneremo nuovamente
a cacciare insieme!