La storia che
vi racconterò non mi rende particolarmente fiero del mio
essere cacciatore, ma ritengo che molti siano diventati veri cacciatori
beccacciai solo commettendo azioni di cui a distanza di tempo e
con gli anni che avanzano si vergognano nel più profondo
dell’animo.
Premetto che dall’età di sei anni ( oggi ne ho quasi
quaranta ) accompagnavo mio padre ed i suoi amici nelle loro, allora,
abbondanti cacciate ai tordi , in posti oggi preclusi alla caccia
ma i cui nomi (la montagna, la catena, il passo del cinghiale ecc…),
restano indelebili nella mia mente come tutti i momenti che vi ho
trascorso. Pertanto i miei primi anni di licenza di caccia mi vedono
al fianco di mio padre a cacciare, insieme al mio primo grande ausiliare
da riporto Red ( un breton completamente fulvo che nei dieci anni
che mi ha accompagnato non sono mai riuscito a capire se cacciava
per me o per sé ) quei piccoli migratori tordi, merli, cesene,
ecc… che ancora adesso avanti negli anni egli perseguita con
la stessa passione.
Non so quanti di voi abbiano il dono di sentire quella sensazione
che ti prende come apri gli occhi e che ti fa capire che quella
sarà una giornata speciale, che ti mette in agitazione e
che ti spinge a saltare la sosta al solito bar, con i dovuti rimbrotti
del vecchio e dei suoi amici, nel timore di perdere un appuntamento
importante.
Ebbene quella mattina incominciò con questa euforia, ma non
fui capace di negare la sosta al bar a mio padre ed al nostro ultimo
compagno ( tutti gli altri negli anni sono venuti meno ) ma quasi
li andò di traverso il caffè tanta era la mia premura
di raggiungere la destinazione prescelta.
Giunti sul posto prendo l’occorrente dall’auto ed insieme
al mio ausiliare raggiungo la postazione prescelta con il primo
chiarore che ad est cancella le stelle della notte e la aspetto.
So da dove arriverà, sono anni che percorre sempre lo stesso
sentiero del cielo che solo lei riesce a vedere e seguire dalla
sua pastura lontana diversi chilometri fino alla rimessa presso
la quale la attendo; eccola arriva, dritta dinanzi a me, ben definita
nel chiarore dell’alba la miro con calma e faccio fuoco una,
due, tre volte, sembra quasi infastidita dal suono che rompe il
silenzio del nuovo giorno e con una piroetta repentina si allontana
lasciandomi incredulo, ma stranamente non provo amarezza anzi sorrido
alle battute dei miei due compagni ( premetto che sparando da anni
con il calibro venti sono certo di sapere se ho sbagliato il tiro,
e in quell’occasione ero certo che almeno due colpi erano
andati a segno).
L’uscita dei tordi mi vede particolarmente indifferente e
non appena termina avviso mio padre che vado all’auto a prendere
Squillo, uno splendido bracco di appena due anni regalatomi da un
amico che con la sua passione mi ha iniziato alla regina, ma che
aveva incontrato molto poco data la scarsità del passo di
quell’anno e di quello precedente.
Dopo pochi minuti preceduto dal suono regolare del campano di Squillo
entro nel canalone nel quale sono certo ha stabilito la sua dimora
e trascorso qualche attimo non odo più alcun rumore.
Cerco nel folto della vegetazione la sagoma del cane e finalmente
lo scorgo in una splendida ferma al centro del canale con la testa
rivolta verso la base di una piccola quercia.
Mi avvicino con la massima prudenza e mentre mi chino per superare
un tronco caduto passandoci da sotto, la vedo alzarsi ed andare
incontro al cane anziché dirigersi nella direzione opposta,
cioè la mia, e dopo averlo superato con calma sparire oltre
la cima del canale senza poter vedere la direzione per poterla ribattere.
La giornata vedeva la mia ambita preda prevalere con un sonoro due
a zero ma la partita ero certo non era ancora terminata.
Da quel giorno la perseguii tutti i sabato e le domeniche dei due
mesi a seguire.
Squillo la fermava ogni volta che entrava nel canale, tanto si era
abituato a quel gioco che non appena sceso dall’auto partiva
fulmineo alla volta della rimessa senza neanche attendermi.
Le provai tutte per poter vincere quella partita. Non ricordo quante
volte il cane la fermò in quei giorni e quante volte riuscii
a spararle.
Indelebile il ricordo di quella mattina che fatto appostare mio
padre sull’orlo del canale mi porto a servire il cane nell’ennesima
ferma. Giunto sull’ausiliare non accade nulla tanto che il
cane dopo un po’ rompe la ferma e riprende a cercare, non
passa che qualche attimo ed eccola alzarsi a candela a pochi metri
da me, non un ramo tra noi niente!! Tre colpi e come se nulla fosse
scompare alla mia vista. Corro in cima al canale e rivolto a mio
padre chiedo se ha visto dove si è rimessa. Egli mi indica
con precisione il punto in cui si è nascosta. Corro, incito
Squillo a cercarla e raggiunto il punto indicatomi il cane và
in ferma. Aggiro un grosso cespuglio e mi pongo dalla parte opposta
del cane in attesa. Qualche attimo ed il battito delle sue ali preannuncia
il suo arrivo. Questa volta non posso sbagliarla, mi viene incontro
piano, contro l’azzurro del cielo a pochi metri da me, imbraccio
il fucile e la inquadro nel mirino è mia!!
Ancora oggi non so come accadde, sta di fatto che nel momento in
cui stavo per premere il grilletto entrambi i piedi persero la presa
e mi ritrovai a cadere faccia in avanti mentre con lo sguardo la
vedevo passare sopra la mia testa a pochi centimetri!!
Il dolore alla spalla, con la quale avevo attutito la caduta non
potendo utilizzare le mani onde non perdere il controllo dell’arma,
ma soprattutto l’ennesimo scacco subito unito alle irrefrenabili
risate di mio padre, mi videro elencare una tale profusione di bestemmie
che nemmeno io immaginavo di sapere.
L’epilogo avvenne la vigilia della Befana e non andò
come avevo immaginato.
Squillo, come ormai accadeva da un po’, non appena sceso dall’auto
era partito a razzo ed era già in ferma quando il sottoscritto
chiudeva l’auto.
E’ in ferma nel solito settore del canale, questa volta di
schiena, mi avvicino con i battiti del cuore che mi rimbombano nella
testa La vedo!! E’ a pochi metri dal cane che tenta con indifferenza
di andarsene di pedina per poi spiccare il volo.
Non volerà più. Le numerose sconfitte subite impedirono
alla mia mente di concedergli una fine più onorevole.
Quando il cane me la riportò ebbi modo di constatare che
era molto deperita, la parte destra del petto aveva un profonda
ferita in via di guarigione, a conferma di quanto presupponevo la
prima volta che le ho sparato ed in totale contrasto con quanti
dichiarano che sia un selvatico “ a cui basta un pallino”
per farla cadere. Proprio!!
Penso spesso a quella beccaccia, alle emozioni che mi ha donato
ed al modo indegno con il quale tutto è iniziato e finito.
Se l’avessi uccisa quella prima mattina, quali sensazioni
ed emozioni mi sarei perso!!
Se le avessi dato un’altra chance di volare le avrei concesso
il rispetto che le era dovuto.
Sono trascorsi alcuni anni ed il senso di vergogna per quanto ho
fatto non mi abbandona, e se anche oggi non mi comporto più
in modo indegno di un vero beccacciaio voglio sperare che queste
righe contribuiscano affinchè i neofiti o gli pseudo-cacciatori
sappiano cogliere il vero significato della nostra passione.