
"La gioia è più grande quando dei
ricordi più belli ne possono gioire gli altri"

La beccaccia di Montalbano
II Premio al Premio Letterario 1984 -
patrocinio CdB
di Piero Pieroni
Dall'immensità del bosco di Monte Albano, che la prima volta gli
era sembrato infinito e chiuso come un muro verde e impenetrabile per uomini e cani, il
vento gli portò il grido di allarme di una ghiandaia, poi debolissimo il chiocco di un
merlo spaventato, e sotto tutto questo, ma ancora più debole, appena percettibile, un
suono familiare che aspettava con ogni fibra del suo corpo teso, ma non avvertiva più da
quello che gli parve un tempo infinito: un suono familiare a lui, ma fondamentalmente
estraneo al bosco, al silenzio immutabile ed eterno del bosco, che un tempo era rotto solo
da grida di animali ( ma oggi anche dal fragore lontano delle centinaia di fabbriche della
piana di Fucecchio ), alle sue lunghe stagioni di sole e di pioggia e talvolta di neve,
agli equilibri che ne regolavano l'esistenza ( dovve solo in apparenza non accadeva nulla,
ma al contrario, anche se profanata dall'uomo, la vita animale e vegetale brulicava con le
sue minime commedie, le pantomine, le tragedie delle innumerevoli vite che vi venivano
spente ogni secondo e che ogni secondo rinascevano e prendevano forma), il suono argentino
che gli svelava la lontana presenza del cane che incrociava alla ricerca del frutto
autunnale che in quella stagione il bosco offriva a volte a chi sapeva meritarselo, la
beccaccia.
Si mosse in quella direzione prima lentamente, poi a passi sempre più affrettati, quando
si rese conto di non udire più quel suono per lui dolcissimo, non per la distanza, che
pure doveva essere grande, ma perchè il cane bianco di nove mesi che correva come un
cucciolo di sei mesi ( per quanto tempo ancora, mio Dio, per quanto? ) doveva essersi
finalmente fermato; la salita, ripida e cosparsa di rami e dei tronchi abbattuti dal vento
o bruciati, gli mozzò il respiro, gli attanagliò le gambe, gli salì al petto con un
dolore quasi insopportabile: si fermò allora, e subito la traspirazione gli coprì
di un velo sottile gli occhiali: non distingueva che ombre e chiamò piano il cane.
Gli rispose un suono vicinissimo e debole, non più ripetuto: il cane era certo a pochi
passi da lui, fermo o gattonando la beccaccia, l'unico selvatico che rispettasse e
cacciasse con passione e competenza.
Lui si tolse di tasca un fazzoletto di carta e lo passò due o tre volte sulle lenti che
poi guardò contro luce: non ancora perfette ma sufficienti a distinguere bene i tronchi
dei pini, una beccaccia che si fosse alzata e i lontani tetti di Vinci illuminati dal
sole.
Riprese ad avanzare in silenzio, attento a non spezzare neppure un ramo, con il fucile
stretto in pugno, la canna sollevata, quasi pronta a sparare. Frugando con gli occhi sotto
i piccoli pini del rimboschimento - la penombra incantata dei pini - intravide una forma
bianca: si chiese se fosse il tronco di un albero caduto e privato di scorsa, o il suo
cane in ferma.
Era il cane davanti a un ciuffo di felci, immobile, fremente, con gli occhi dilatati e
cattivi per antichissimi istinti di cacciatore selvaggio.
L'uomo cercò con lo sguardo una zona scoperta dalla quale sparare: la vide - uno spiazzo
erboso, dove i pini non erano cresciuti, con due marruche che ne segnavano i margini -
qualche metro davanti al cane; si mosse lento, con estrema cautela, fissando un punto
immaginario sotto il naso del cane che volse appena la testa, sbuffando al suo procedere:
là doveva trovarsi la beccaccia: ebbe il tempo di immaginarla, spaventata, congelata
quasi, con il piccolo cuore in tumulto, ma abbastanza lucida da raccogliere le ali,
appoggiare il becco al petto e sollevare in alternanza le zampe, pronta la frullo.
Lui compì un altro passo e subito si rese conto di avere davanti a sé un piccolo fosso;
per raggiungere la zona scoperta avrebbe dovuto attraversarlo con una manovra che
l'avrebbe portato vicino, forse troppo vicino alla beccaccia, e in pessima posizione.
In quel momento il cane si mosse, indirizzando il muso verso un tronco caduto e
marcescente: meglio non correre rischi inutili; se la beccaccia fosse frullata là dove
indicava il cane, era certo di colpirla, specialmente se avesse effettuato un frullo a
candela.
Trattenne il respiro, pauroso che anche il suo minimo ansito e il rumore dei passi
sull'erba fosse sufficiente a spaventarla più di quanto poteva reggere e a deciderla al
frullo. Il cane si spostò di nuovo, quasi tornando sui suoi passi e rimase con una zampa
anteriore sollevata ( classico, pensò lui ): questa volta indicava una marruca molto
folta.
Poi la beccaccia, inaspettatamente come frullano tutte le beccacce per quanto si sia
preparati, frullò bassa dietro la marruca, e lui sparò due colpi in rapida successione,
facendo precipitare una cascata di foglie di rovo e di aghi di pino, ma lasciando indenne
la beccaccia che rivide un secondo più tardi mentre ad ali spalancate, completamente
scoperta, puntava verso un bosco di castagni molto più in basso.
L'uomo la salutò fingendo una cavalleria che non provava, perchè era arrivato lassù non
per salutare la beccaccia ma per ucciderla; poi guardò con maggiore attenzione e oltre i
castagni intravide le cime di un'ontaneta, e un uomo, un contadino - i cui progenitori
certo erano vissuti lassù molto prima che suo padre o suo nonno comprassero, si
impadronissero col denaro, di quel terreno appartenuto alla sua famiglia da innumerevoli
generazioni che vi avevano visto nascite, matrimoni, morti, - curvo su una zappa ( uno
strumento antico, pensò, in una zona dove anche l'agricoltura era meccanizzata ); a mezza
costa, fra i castagni e la posizione in cui si trovava, quasi coperta alla vegetazione,
doveva esserci una casa abbandonata, la ricordava bene; e infatti la vide sbocconcellata
apparire fra le edere e i rovi - un tempo abituata dal padre e dal nonno del contadino che
adesso lavorava i campi non più suoi. Chiamò il cane che subito accorse, avido di
riprendere la caccia. Uscirono rapidamente dal bosco che si richiuse dietro di loro come
se non vi fossero mai entrati, come se non avessero neppure provato ad entrarvi ( ma la
ghiandaia miagolò forte un'altra volta ) e si spinsero nei campi dove il cane allargò la
cerca fino a raggiungere i primi castagni; sul margine piegò a destra veloce e passò
accanto al contadino che gli gridò un breve richiamo, goffo e incomprensibile ma
affettuoso; il cane non rallentò neppure l'andatura e lo ignorò come un tempo i conti
Guidi ignoravano i villani, allontanandosi ancora nei campi sicuro di sè come lo sono
soltanto gli dei.
Lui, invece, che non era e non si sentiva un dio, e provava anzi un certo rimorso di
fronte al volto rugoso del contadino per quello che gli avevano fatto suo padre e suo
nonno ( non sapeva con esattezza chi avesse comprato quel podere, cacciandone i contadini
e trasformandoli in braccianti agricoli ) sostò davanti a lui e, coprendosi la fronte con
la mano per difendere gli occhi dai raggi del sole, gli chiese notizie della beccaccia.
Il contadino scosse la testa con un gesto di diniego. Allora lui si voltò verso l'alto,
verso la direzione dalla quale proveniva cercando il punto dove la beccaccia era frullata
e tentò di ragionare: se il contadino non l'aveva vista, poteva significare che l'animale
aveva piegato a destra o a sinistra prima di raggiungerlo, o più semplicemente che la
beccaccia gli era passata sopra o accanto in un momento in cui il contadino guardava
verso terra.
Accettò per valida questa ipotesi: infatti a destra e a sinistra, sin quasi a perdita
d'occhio, alla pianura e al lontano padule si stendevano i campi coltivati.
Dunque o castagneta ( difficile, ma non da escludere in modo assoluto ) o ontaneta ( un
volo lungo, ma probabile ).
C'era, è vero, da tempo immemorabile, quella casa abandonata a mezza costa, con la
vegetazione che la copriva: e se ci fosse posata fra quei cespugli? Troppo pochi e folti,
decise.
Quando il cane fu di nuovo con lui, lo condusse nella castagneta, attraversata da un
sentiero e con il erboso disseminato di castagne mezzo masticate dai cinghiali; al loro
arrivo, uno scoiattolo fuggì rapido sul tronco cavo di un castagno, poi, per qualche
minuto, giocò a nascondino con lui, mostrandosi e celandosi alternativamente dietro i
rami; alla base del grande albero, il cane annusò freneticamente.
L'uomo sorrise al ricordo: una volta, quando il cane era ancora un cucciolone, aveva
sparato a uno scoiattolo per la sua collezione di animali imbalsamati ( ma che tristezza,
adesso, immobili e ricoperti di polvere! ) e da allora il cane, anche adulto, si era
sempre interessato agli scoiattoli. Lo riprese con voce severa, e il cane tornò verso di
lui scodinzolando, quasi per scusarsi, poi corse sul sentiero evitando accuratamente i
ricci disseminati sul terreno. L'uomo lo richiamò rimproverandolo con affetto e
indirizzandolo verso una macchia di quercioli sul margine superiore della castagneta. Il
cane obbediente esplorò la macchia di quercioli, poi una marruca sulla sinistra, infine
un gruppo di ontani che forse per una invisibile infiltrazione d'acqua, come
un'avanguardia, si era spinto in mezzo ai castagni. Poi l'ontaneta, non molto estesa, li
accolse, subito con la sua ombra luminosa.
L'uomo sollevò gli occhi e si trovò a guardare direttamente il sole. " Se frulla in
questa posizione, non la vedo e certo non la prendo col sole negli occhi..." pensò
lui, e allora uscì dagli alberi e cercò di aggirarli camminando nei campi, fino a
portarsi all'estremità inferiore, dove aveva il sole alle spalle e dove, con ogni
probabilità, la beccaccia sarebbe uscita allo scoperto. Intanto il cane diligente,
percorreva l'ontaneta da destra a sinistra e da sinistra a destra, regolare come un
pendolo.
Il cacciatore, appostato sul margine inferiore dell'albereta, ne seguiva l'andirivieni dal
suono e a volte riusciva a vederlo, quando attraversava correndo una chiazza di sole. Era
sicuro che quando non l'avesse più udito, sarebbe stato stato fermo e lui, semplicemente
chinandosi, l'avrebbe potuto vedere, e subito sistemarsi nella posizione migliore.
Ma il suono sotto gli alberi non tacque mai, anche se verso metà della cerca ebbe una
esitazione, e l'uomo strinse il calcio del fucile, pronto a muoversi; ma il suono riprese
e lui si rilassò.
Alla fine il cane gli corse incontro ansante, e l'uomo gli parlò con dolcezza lodandolo
per il buon lavoro. Poi, come per un'improvvisa illuminazione, la sua mente tornò alla
casa abbandonata a mezza costa del poggio. La beccaccia, pensò, era uscita dal bosco ed
era venuta a precipizio verso il basso, ma il contadino non l'aveva vista: nella
castagneta non c'era e fra gli ontani neppure. Nel momento stesso in cui formulava questi
pensieri fu assolutamente certo che l'animale cui dava la caccia si era rimesso, o meglio
aveva cercato rifugio, nei cespugli che quasi soffocavano le rovine dell'antica casa
colonica.
Tornò indietro guidando il cane che, a dieci passi dall'edificio in rovina, prese
un'andatura cauta, come se il vento gli portasse un'emanazione remota.
La casa, sul versante più basso, quello che guardava i campi, presentava un alto muro,
interrotto solo dalla luce di una finestrella sbarrata da una rozza croce di ferro; alla
sua base c'era qualche rovo, ma escluse che la beccaccia vi si fosse fermata; e infatti il
cane, dopo essersi fatto ancor più sospettoso, passò sul retro e si trovò nella vecchia
aia, davanti all'ingresso principale, sopra il quale si leggeva, consunta dal tempo quanto
e più degli scalini di pietra serena, una data: 1733.
Era chiaramente la data della costruzione; quella dell'abbandono non si poteva stabilire;
però forse, cercando nell'interno fra i detriti, raccogliendo vecchi oggetti sui quali
era piovuto e nevicato, si poteva accertare, più o meno, anche quella.
L'uomo sorrise fra sé all'idea di quella modesta operazione di archeologia contadina e
anche pensando alla vecchia casa del 1733, le cui rovine sopravvivevano ancora fra le
diecine di villette, certo assai meno solide e durature, costruite negli Anni Cinquanta e
Sessanta. Ma smise di sorridere quando vide il cane fermo sulla porta, con la testa
piegata sul secondo scalino.
Sorpreso guardò oltre il dorso bianco, sporgendosi al di là degli scalini: il pavimento
era sprofondato per metà; più oltre non si scorgeva che il buio e il debolo lucore della
finestrella. Insolentì il cane e cercò di tirarlo via, ma quello resistette sbuffando e
sporgendo gli occhi, come quando fermava.
Per natura ed esperienza sempre portato a credere più al naso del cane che ai propri
sensi, si sporse ancora un poco fissando lo sguardo nell'oscurità.
Fu allora che nel buio di quello che doveva essere stato un granaio o un deposito di
attrezzi vide muoversi un ciuffo bianco: la coda della beccaccia. Non poteva essere che
quella.
Il cane si mosse ancora e il pavimento franò sotto di lui. Nel polverone sottostante
l'uomo intravide la forma bianca che precipitava roteando su se stesso, folle di terrore,
e una specie di pipistrello spettrale che si dibatteva pazzamente cercando una via di
uscita. Chiamò il cane con la voce in falsetto rotta dalla paura e dalla disperazione.
Intanto, via via che la polvere si depositava, la scena gli appariva sempre più chiara:
il cane bianco accucciato in un angolo, ringhiante, che fissava come stregato l'ombra che
si agitava follemente nei suoi vani tentativi di fuga da quello che se prima era stato per
lei un rifugio tranquillo era diventata adesso un'orribile prigione che divideva con la
misteriosa presenza che nel bosco la gattonava e la costringeva a frullare, ma che qui,
come lei era solo un povero animale spaventato, che ringhiava alla sua paura.
Svolazzando impazzita, la beccaccia urtò contro quello che a lui, dall'alto, parve un
quadro ( un'immagine religiosa, probabilmente, appartenuta agli antichi proprietari
di quella casa e rimasta, forse per caso, forse per scelta deliberata, a vegliarla ) che
si staccò dalla parete, sollevando una nuova nuvola di polvere.
Quando anche questa si fu depositata, e anche perché gli occhi dell'uomo si erano nel
frattempo abituati all'oscurità, vide che l'angosciosa azione si era conclusa: il cane
era sempre accucciato nell'angolo, ma l'ombra svolazzante era scomparsa, infilatasi per
caso attraverso la finestrella e fuggita oltre i campi, la castagneta, gli ontani, giù
fino ai canali del palude che vide lontani risplendere come specchi: volata troppo lontano
e troppo tardi nel pomeriggio perchè potesse inseguirla ancora con la speranza di
ritrovarla. E poi c'era il cane da tirar fuori da quella orribile fossa.
Si voltò cercando una scala, un bastone, un pezzo di trave; si trovò invece faccia a
faccia con il contadino che, lasciata la zappa gli sorrideva ( o ghignava? ) e gli
indicava a gesti una piccola porta sul terzo lato della casa, cercò anche di dirgli
qualcosa, ma riuscì solo a pronunziare un mugolio indistinto: era muto.
Con un misto di pietà e di spaventata repulsione, l'uomo spalancò la porta e il cane
balzò fuori coperto di polvere e ancora scosso dai tremiti. Il contadino cercò di
carezzarlo, ma l'animale gli mostrò i denti: prima e più dell'uomo aveva avvertito che
appartenevano a due mondi diversi, tanto remoti uno all'altro che il cane non poteva
considerarlo un nemico, un essere ostile a lui e al padrone che solo la disperata
avventura di una beccacciaaveva avvicinato per qualche attimo.
Anche l'uomo, per la prima volta in vita sua ebbe paura: paura del bosco, paura della
beccaccia, paura della casa colonica e del contadino muto, che ai suoi occhi assumevano il
significato di simboli di una natura - che dopo averla tanto subita in ogni forma -
respingeva la violenza umana. Ma era troppo tenace cacciatore per abbandonare
definitivamente la partita. Per tranquillizzarsi pensò che avrebbe ritrovato quella
stessa beccaccia l'indomani, all'incirca nello stesso posto dove il cane l'aveva alzata la
prima volta: in qul preciso angolo del bosco, e lui, questa volta sicuro del percorso,
sarebbe stato lì ad aspettarla.
Tornò lentamente alla macchina. La sera, nel tepore artificiale della sua casa, si
sedette davanti alla televisione e ascoltò le previsioni del tempo: uguali ad oggi,
sereno in tutta l'Italia.
L'indomani si alzò all'alba: non perchè vi fosse fretta ( aveva anzi imparato che per
trovare le beccacce era meglio muoversi tardi, in modo da dar loro il tempo di gironzolare
per il bosco diffondendo in un cerchio più ampio l'emanazione ), ma nel timore che i
cacciatori di cinghiali potessero alzargli con i segugi la sua beccaccia e rendere più
difficile la prima ferma. E poi esistevano i cacciatori di tordi che si appostavano nei
pressi dei valichi collinari, in mezzo agli olivi: alla sera e alla mattina anche la sua
beccaccia avrebbe lasciato la località dove si era rifugiata per recarsi in pastura, ed
era possibile che qualcuno di loro la intravedesse fra i rami e la fucilasse come un
passero, ignorando quale onore meritasse quella beccaccia: era una dea forestale e come
tale, in un rito pagano, andava uccisa.
Quando mise in moto la macchina, il cane uggiolò per ansia e lui lo tranquillizzò con
una carezza e mettendogli il sonaglio.
Giunse nei pressi del grande bosco che ancora la luce era scarsa, e attese con pazienza
fumando una sigaretta, poi una seconda e una terza.
Era solo e poteva degustare in pace la giornata che l'aspettava. Tutto era uguale al
giorno precedente: gli stessi alberi marroni e compatti sul crinale, i campi verdi, il
cielo azzurro, il fumo delle fabbriche della pianura che saliva in volute regolari verso
l'alto; in più c'era solo una piccola nube bianca all'orizzonte, foriera, forse, per
l'indomani di una pioggia.
In realtà, e lui avrebbe dovuto saperlo, niente era assolutamente uguale a ieri: nel
mondo che lo circondava, sotto il cielo e gli alberi, molte cose erano mutate
radicalmente: i cinghiali avevano cambiato zona, spostandosi verso Larciano, la ghiandaia
era stata imprudente e una volpe l'aveva catturata e mangiata ( ne avrebbe ritrovato le
penne multicolori al margine del bosco ), un ragazzo aveva ucciso il merlo al rientro, il
terreno era più arido ( e i lombrichi erano scesi più in basso), i campi
impercettibilmente più grigi, e il vento sapeva di neve.
Tutto questo senza parlare delle foglie cadute; delle chiocciole che si erano chiuse nel
guscio; dei tordi che erano partiti e arrivati.
Quando gli parve che la luce fosse sufficiente anche all'ombra degli alberi, scese di
macchina e sciolse il cane che, senza esitare, si diresse in cima alla salita ( lui sentì
il suono del sonaglio farsi sempre più debole ), al ciuffo di felci, poi presso il tronco
marcio, infine al cespuglio di rovi folti. Qualcosa avvertì e accennò una ferma:
un'emanazione molto vecchia, quella del giorno precedente.
Allora, disobbedendo agli ordini del padrone, corse alla casa abbandonata: anche là gli
giunse l'emanazione, ma debole, come lasciata da molto tempo, da dodici ore, appunto. Poi,
speranzoso, scese alla castagneta ( lo scoiattolo era scomparso ) e agli ontani.
Non avvertì niente: la beccaccia non c'era stata.
La sua cerca diventò allora frenetica, disordinata: dimentico di tutto ciò che il
padrone gli aveva insegnato, corse qua e là come impazzito, cercando il capo di un filo
che si era spezzato il giorno prima. L'uomo tentava di tenergli dietro come meglio poteva,
lottando contro l'affanno e richiamandolo di continuo: anche lui agitato, inquieto,
preoccupato.
La beccaccia, la sua beccaccia non c'era. Eppure doveva essere da qualche parte; niente
era cambiato. E se fosse partita? si chiese ansioso. No, non era possibile: tutto era
uguale al giorno prima, come se il tempo si fosse fermato. Ma la nube bianca copriva
lentamente tutto il cielo. Ad un tratto uno spruzzo d'acqua gelata colpì gli occhiali
dell'uomo: nevischio, si disse spaventato, come per esorcizzare il pericolo pronunziando
la parola. La beccaccia l'aveva sentito prima e meglio degli uomini e delle loro
apparecchiature, ed era partita per sempre. O almeno per quell'anno. Richiamò il cane
indicandogli il cielo sempre più bianco. Si avviarono mesti verso la macchina: la partita
si era conclusa senza un vincitore.
No, un vincitore c'era stato: la beccaccia, si disse scaricando il fucile: per una volta
era stata lei a vincere, la strenua, pazza, imprevedibile beccaccia che l'aveva beffato
per tutto il pomeriggio, nascondendosi prima come un folletto silvano nel grande bosco
della cima, poi cercando rifugio, protezione, difesa in una casa costruita dall'uomo tanti
anni prima e tanti anni prima abbandonata, diventandone quasi lo spirito profano e
religioso assieme, identificandosi fino al punto che quando lui l'aveva scacciata di là,
lei era partita, sdegnata come un contadino scacciato dalla dimora dei suoi padri.
Ebbe un brivido quando oltre il nevischio che si era infittito distinse la sagoma della
macchina, precisa contro le forme contorte degli alberi, ma non riuscì più a vedere la
pianura, con gli specchi del padule, e i tetti rossi e il fumo delle fabbriche.
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