
Amici di Scolopax - Natura e Passione
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"La gioia č pių grande quando dei ricordi pių belli ne possono gioire gli altri"
Tra noi cacciatori spesso di scherza, si fanno battute e si esagera sui carnieri, ci si sfotte sui cani e così via! E’ veramente raro, se non impossibile, trovare un cacciatore che confessi di essere uno spadellatore, o di non riuscire a prendere nulla perché la propria mira fa “cilecca” : state tranquilli che sarà sempre colpa del cane che ha “sfrullato” in anticipo, o delle cartucce che non vanno, o dell’umidità dell’aria, o della furbizia della selvaggina che è riuscita a frapporre ostacoli tra il fucile e se stessa , tanto da…salvarsi! Mai una volta l’ammissione di aver fatto semplicemente “cilecca”, di non aver fatto collimare il fucile con il selvatico, di non essere troppo in allenamento; in poche parole di non aver mirato bene! Nostro malgrado “le padelle” fanno parte sostanziale della vita venatoria di tutti i cacciatori; nessuno escluso! Non “padella” solo quel cacciatore che a caccia non va, ma magari si limita a frequentare il circolo dei cacciatori o il bar del paese, più attratto dall’ambiente fumoso, o da una partita a briscola, il gioco dei… “bugiardi” che perfettamente si adatta ai cacciatori, sorseggiando un buon bicchiere di vino piuttosto che respirare l’aria pura dell’alba di una cacciata in montagna. Queste considerazioni mi servono per introdurre uno strano fatto che mi è accaduto lo scorso anno, con l’ultima beccaccia della stagione. Era la fine di novembre e la neve aveva già fatto una fugace comparsa qualche giorno prima. Ero uscito a caccia con tre amici e, siccome il tempo minacciava ancora neve, decidemmo di non dividerci ma di cacciare tutti e quattro assieme nella stessa zona, divisi a coppie, proprio sotto il “Colle della Vacca” nei pantani del ruscello “Fiego”. La neve residua non copriva tutto il terreno : sotto i boschetti di faggi e larici lo spesso strato di fogliame marcio andava a formare ampie chiazze gialle, come una immensa pelle di leopardo. I nostri cani, che avevano avuto la possibilita’ di riposare il giorno precedente, cercavano alacremente in ogni direzione, saltando da un costone all’altro, andando a frugare nei posti piu’ sospetti del bosco, vicino alle “pantanelle” d’alta montagna , tra faggi secolari e tappeti giallo-bruni di foglie, facendo tintinnare i loro campani nell’aria pungente e frizzante. Stavamo cacciando intorno ad un “vaccarizzo” abbandonato qualche giorno prima da una mandria di vacche podoliche che aveva pascolato in quel posto magnifico fin dall’aprile precedente. E di “vaccarizzi” come quello ce ne sono tanti nell’immensità verde dell’altopiano silano. Il “vaccarizzo”, per chi non lo sapesse, è il luogo dove vengono raccolte di sera le vacche all’alpeggio per essere “curate” (ovvero munte); vi sono recinti fatti con frasche e filo spinato, qualche baracca di legno con il tetto in lamiera, dove il “vaccaro”, davanti ad un rudimentale e fumoso camino, si ripara dal maltempo o passa la notte; ed è anche il luogo dove a braccia nude egli prepara con il latte munto il “caciocavallo” e fa “ rinvenire” dalla “cagliata” la ricotta mormorando frasi rituali e magiche e segnando di croci l’interno della baracca con il suo lungo bastone, in segno propiziatorio e di ringraziamento, e poi battendo colpi sordi sulla “quadra” di rame, il recipiente che contiene il latte e che è murato nel fango induirito di una specie di focolare che si accende dall’esterno della “baracca”, celebrativo e di ringraziamento . E’ uno di quei “postarelli segreti” dove vai quasi a colpo sicuro e, se la fortuna ti assiste, puoi anche avere diversi incontri in uno spazio relativamente piccolo : il sottobosco è “vaccinato” al punto giusto, l’humus del terreno e ben grasso e pieno di vita, vi sono vicine le sorgive ed i morbidi pantani che consentono alla beccaccia di pasturare anche quando la temperatura scende di molti gradi sotto lo zero….. …..mentre cammino circospetto vedo il mio setter in ferma ed il cane del mio compagno arrivare da dietro uno spinaro di rosa canina e mettersi in consenso. Il cuore mi sale in gola e, visto che il mio compagno è un po’ distante, nella valletta vicina, mi avvicino trepidante, stringendo tra le mani il mio fido automatico Beretta : trattengo anche il fiato per il timore di far involare precocemente l’arciera. La ferma è solida e forse Nisky la vede : certamente ne assapora l’effluvio ubiacandosi dell’aria d’intorno, mentre sbuffetti di vapore si sprigionano dal tartufo umido e dalle labbra pendenti a causa della temperatura molto rigida. Anche l’altro setter , ora sfida sprezzante il selvatico in una tragica gara d’immobilita’, dove ognuno dei pretendenti ritiene di non essere visto! E né sentito! A quel punto spingo il mio cane ad incalzarla, mentre rapidamente prendo posizione per tirare. Nulla avviene, ed allora penso che la regina abbia pedinato e beffato i due cani. Proprio in quell’istante uno sbatter d’ala leggero, raccolto, quasi impercettibile mi mostra la beccaccia in tutta la sua bellezza alzarsi a candela da un cespuglio di more e, scartando gli alberi del boschetto, dirigersi verso il vallone, allo scoperto. Imbraccio e tiro di stoccata! Il primo…il secondo…il terzo colpo (finanche quello…vietato)! E lei sfottente che continua il suo volo al pulito, incuneandosi in una valletta piu’ piccola laterale. Non faccio in tempo a finire che sento due colpi in equenza venire dalla valletta sospetta e poi, da lontano, la stessa beccaccia continuare a volare nella direzione opposta, verso un ruscello contornato da grandi ontani ormai spogli. Mi dirigo verso il luogo dove penso che si sia andata a rimettere, mentre l’altra coppia di amici, sentiti gli spari,. Fa capolino al bordo opposto del vallone. Loro sono avvantaggiati rispetto a me e, pertanto, rallento l’entusiasmo e la tensione. Li sento vociare ed uno dei due sussurrare che la setterina è in ferma; poi due colpi rapidi! Ed altri due! E sorpresa delle sorprese vedo lo scolopacide, piu’ arzillo che mai, volare sornione e senza fretta verso di me, e poi d’un tratto, scartare a sinistra e seguire lo sviluppo della valle. La seguo per un po’ con lo sguardo e la vedo sparire a piu’ di duecento metri da me, dietro un groviglio di alberi caduti e spinari vari. Però l’ho vista bene e quindi, cani permettendo, ritengo che ormai sia spacciata! Aspetto il mio compagno che ha qualche difficolta’ a passare un filo spinato – e dove lascia attacato un lembo di cacciatora – e poi l’uno a destra e l’altro a sinistra del groviglio di alberi caduti costeggiamo uno stradello, incitando i cani a cercare. Ora è iniziato lentamente a nevicare ed il paesaggio è veramente superbo. Mi giro anche io cercando, almeno questa volta, di far collimare la regina con la bindella del mio fucile: tiro mirando con gli occhi ed il cuore mentre i miei due colpi sembrano, aimè, non avere pallini : la maliarda continua a volare meglio di prima ed attraversa nuovamente il bosco. Ci incontriamo e, guardandocci negli occhi, siamo increduli ed esterrefatti : abbiamo sparato 18 cartucce e non un solo pallino, neanche per caso, ha scalfito l’anelita preda. La cerchiamo ancora, ma nulla! Non riusciamo a capire dove possa essere andata quella dannata beccaccia! Ora pero’ nevica forte e decidiamo di rientrare alle auto, “graziando” – si fa per dire – quella beccaccia. Mentre mi avvicino al fuoristrada, attraversando una radura spoglia, il mio cane accellera ed attraversa il pianoro, scendendo nell’ennesima valletta. Dopo qualche istante vedo la nostra beccaccia attraversare al pulito la radura ed azzardo un tiro “impossibile”! La beccaccia cade come fulminata, con le zampette all’aria e le ali ripiegare, volteggiando tra i fiocchi di neve. Mi meraviglio con me stesso ed aspetto che Nisky ritorni per dargli la soddisfazione di riportarmela, mentre i miei compagni di caccia che hanno visto bene la scena s’incamminano verso di me complimentandosi per il tiro. Visto che il mio cane non rientra, mi avvicino al punto dove ho visto cadere la stoica “Regina”. Non credo ai miei occhi quando a pochi passi dallo scolopacide , lei accenna appena un voletto di pochi metri, poi un altro, poi un altro ancora piu’ lungo. A questo punto, pur se incredulo, imbraccio d’istinto il fucile e tiro nuovamente verso quel fantasma dannato. Ancora due colpi, ma nulla! La beccaccia, svolazzando come una farfalla, si è rifugiata in un fittissimo bosco di pini. Mi addentro nel buio di quel bosco, con la speranza magari di vedere l’arciera ormai esanime. Di quella beccaccia nessuna traccia!!!. Arrivano in aiuto i miei amici che, per mia fortuna hanno visto l’ultima scena da lontano e si sono anche complimentati per il grande tiro di “stoccata” . La cerchiamo per quasi un’ora senza riuscire più a ritrovarla….. Ci guardiamo negli occhi e, contemporaneamente scoppiamo in una risata generale…senza alcun ulteriore commento! Ora capite perché è duro ammettere per quattro amici che hanno alle spalle oltre trenta “rinnovi” di licenza non essere riusciti con tanti colpi neanche a scalfire una beccaccia : infatti ancora oggi tutti e quattro continuiamo a sostenere che quella non poteva essere una beccaccia, ma una allucinazione ; uno spirito del bosco che si è voluto prendere gioco di noi e divertirsi all’alba di una giornata novembrina piena di entusiasmo, di freddo e di neve.
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