Amici di Scolopax
Amici di Scolopax - Natura e Passione

Beccacce vissute

"La gioia č pių grande quando dei ricordi pių belli ne possono gioire gli altri"


penne del Pittore


L'ultima beccaccia
di Renzo Cappozzo

Il vecchio era immerso nei suoi pensieri, seduto sulla sedia col gomito appoggiato al tavolo e la mano a reggere la tempia.
I due ragazzi parlavano, parlavano e lui s’annoiava, così ogni tanto sorseggiava un po’ di vino dal bicchiere che aveva davanti.
Quei due mocciosi avevano conseguito la licenza di caccia da qualche anno, ma a sentirli sapevano tutto loro.
Parlavano della battuta mattutina e s’incolpavano a vicenda del fallimento.
Avevano ancora gli scarponi ai piedi e la cartucciera allacciata.
- Se ti mettevi dove ti avevo detto io l’avresti vista passare e forse era l’occasione buona – affermava quello più esagitato.
- Ma va', che quella si muove quando sente uno starnuto, è troppo furba. Per fregarla bisogna prenderla in mezzo, quando il cane la punta – diceva l’altro.
Prima di uscire dall’osteria di Missaja i due stabilirono i piani per il giorno dopo, un giorno, che a sentire loro, doveva essere l’ultimo per la preda in questione.
L’ultima parte dei loro discorsi incuriosì il vecchio che non perse una sillaba, anche se fingeva di non sentire, volgendo altrove lo sguardo.
Avevano parlato al femminile.
“L’avresti vista...., è troppo furba...” Era ottobre inoltrato e quei due sprovveduti parlavano di una beccaccia.
Non era ancora mezzogiorno, ma il vecchio s’avviò verso casa nel cuore della borgata.
La Isa era ai fornelli e si stupì di vederlo arrivare in anticipo. Di solito doveva andare a prelevarlo di persona, prima che i bicchieri diventassero troppi.
Egli rimase qualche minuto alla finestra ad osservare, poi, quando il piatto di pastasciutta arrivò sulla tavola, si sedette a mangiare.
Era di sabato e un tiepido sole penetrava dai vetri.
Fra un boccone e l’altro Tita manifestò l’intenzione di recarsi lungo il torrente dove qualcuno aveva visto dei fagiani.
Lo diceva in modo pacato, dandolo già per scontato, ma in realtà aspettava il parere della moglie.
Grande personaggio il Tita Fuga, aveva più di cinquanta licenze sulle spalle; i suoi cani erano famosi per la voracità e la persistente incertezza dell’albero genealogico, ma loro efficienza era altrettanto proverbiale.
Quando andava in montagna con la moto, i cani lo seguivano ed avevano imparato a prendere le scorciatoie fra un tornante e l’altro.
Altri tempi, allora erano in pochi i seguaci di Diana e c’era selvaggina in abbondanza per tutti.
Ormai aveva superato la settantina ed i suoi riflessi s’erano appannati tanto che non usava più nemmeno l’automobile.
Andava a piedi alle sue battute e si stancava presto, così usciva sempre più di rado.
Si stava preparando il cappello di feltro per coprire gli irti capelli che avevano preso il colore della neve, intorno al volto scarno su cui spiccavano i baffi dello stesso colore
“Aspetta”. disse la Isa, e il tono perentorio con cui pronunciò le poche sillabe inchiodò Tita all’uscio.
La moglie si recò in camera e ritornò poco dopo con una pesante giacca di fustagno.
Iniziò un ritornello che durava da mezzo secolo con due pareri opposti; per lui era troppo pesante, ma la Isa sapeva che il torrente era a sud, mentre la finestra da dove lui guardava prima del pranzo era al lato opposto, verso la montagna.
Si salutavano alla solita maniera, brontolando, in un dialogo dove gli epiteti si sprecavano, senza mai scalfire il sentimento.
Il Fiocco stava dormendo sul selciato e fu felice di vedere il padrone in assetto di guerra.
Partirono dal centro della contrada, dirigendosi verso sud, ma era solo un modo per depistare le indagini, poiché con un’inversione ad U aggirarono l’ostacolo, puntando verso la collina.
La moglie sapeva tutto, forse entrambi sapevano tutto; era un modo come tanti per amarsi.
Arrivato alle Lore, la borgata che sembra sempre sul punto d’essere inghiottita dalle montagne che la circondano, lasciò la strada principale per il largo sentiero coperto di sassi portati dalle fiumane.
Una leggera brezza sfiorava gli alberi, cullando le foglie ingiallite, prossime alla fine.
Doveva raggiungere il crinale, esposto al sole, alla sua destra, così risalì la valle fino a dove un sentiero tagliava in due il bosco di carpini, in modo quasi orizzontale.
Lo seguì fino a quando arrivò fuori sulla lingua di prato che corre sul colmo in senso verticale, dalla base, che affonda le sue radici nella valle a fianco della contrada, fino alla sommità dove la punta si salda con le altre montagne: una striscia di prato dalla forma irregolare dove la regina si posava al crepuscolo a cercare pastura.
Il vecchio salì a zig-zag in modo che il cane fiutasse bene il terreno; egli conosceva le abitudini dello scolopacide, ne aveva viste tante ed era conscio della loro imprevedibilità.
Doveva essere lì, nascosta ai margini del bosco, ma la sparatoria del mattino l’aveva resa più nervosa e guardinga.
Quel luogo si chiama Spigolo e, una volta alzato, l’uccello si sarebbe buttato giù nel folto del bosco.
Se non si riusciva a prenderla lì, poi sarebbe stato arduo scovarla nella nuova rimessa.
Tita era convinto che si fosse riavvicinata al luogo di pastura, magari di pedina, nell'attesa del tramonto.
Sali piano, perlustrando il prato ai margini del bosco.
Il sole volgeva ad occidente ed i suoi raggi filtravano fra i rami dei roveri e dei grandi castagni selvatici, riflettendo i colori sfocati d’autunno.
Forse aveva sbagliato i suoi calcoli il Tita Fuga, poiché la stanchezza affiorava e della beccaccia non si vedeva l’ombra; anche ed il cane dava l’impressione di un pacato distacco.
Era destino che proprio nel momento in cui il pessimismo aveva raggiunto l’apice il frullo della regina riempisse l’aria, la montagna, la vita.
Sulla sua destra, proprio al limitare del bosco, un’ombra furtiva si materializzò per un lunghissimo
istante; le sue ali luccicarono, il tempo di un flash e poi svanì come una foglia rapita da una folata di vento.
Il vecchio non aveva perso nulla nella velocità e nella mira, fu l’emozione a tradirlo e le due fucilate echeggiarono nelle valli portando il suono della sconfitta.
Perchè il cane non l’aveva sentita? Perchè non era lì con la testa invece di distrarsi?
Già, perchè e perchè, tutti i perchè di una clamorosa padella.
L’uccello aveva preso la direzione sud, perdendosi nella macchia esposta al sole: una spalla di bosco misto che si estendeva a perdita d’occhio dalla parte opposta da dov’era venuto.
Un bosco dove rovi ed arbusti ostruivano il passaggio, lasciando soltanto qualche radura d’erba magra e rinsecchita, alta fino al ginocchio. Tita lo conosceva bene, perchè ogni anno vi raccoglieva i funghi.
L’unica speranza era che la regina avesse scelto uno spiazzo sotto i castagni per planare, e guardandone bene l’ubicazione, poteva essere una delle rimesse scelte dall’arciera dopo il canonico sette.
Sarebbe stata una supposizione logica se il vecchio l’avesse fatta una trentina d’anni prima, ma in quel momento era un'esigua speranza, quasi una preghiera.
Ai bei tempi avrebbe passato il bosco a palmo a palmo, ma ora stava arrivando la sera ed era stanco.
S’incamminò sul sentiero, procedendo guardingo con la doppietta pronta fra le mani ed i chiari occhi attenti a carpire ogni movimento.
Il Fiocco precedeva di qualche metro il padrone, fiutando il terreno e l’aria.
Uscirono dal folto dove il bosco si diradava in prossimità dei grossi castagni, camminando nel sottobosco di muschio e felci, increspato da arbusti e rovi, sopra un fondo siliceo dello stesso colore delle foglie.
Tita partì dal basso, dove il bosco finiva e cominciava il prato.
Risalì la china, fermandosi in ogni spiazzo per permettere al cane di perlustrare il terreno.
Era arrivato quasi in cima, quando il Fiocco fiutò qualcosa.
Un rovo basso e largo da cui emergevano degli arbusti attirò l’attenzione del cane che tese le narici.
C’erano merli e tordi e forse l’ausiliare aveva colto l’effluvio di qualche uccello posatosi sul rovo in cerca di more.
Il dubbio durò poco perchè il cane partì in guidata, mulinando la coda tozza in modo inequivocabile.
Una ferma breve e nervosa ed il vecchio rivisse quegli attimi in cui il respiro ed il battito del cuore procedono lentamente di pari passo fino quasi a fermarsi.
Un frullo cadenzato e la beccaccia affiorò dal rovo come la farfalla da un fiore.
Gli passò così vicina che poté vedere l’occhio acceso, mentre virava cercando il folto nella direzione da dov’era venuta.
Era bella, pulita e le sue piume riflettevano i raggi del tramonto.
Due fucilate lacerarono il silenzio accompagnando la preda fino ai primi carpini.
Erano cadute tante foglie, ma il vecchio era sicuro di aver visto qualche piuma; però non l’aveva vista né sentita cadere.
Si precipitò verso il luogo dello sparo come una furia; il terreno era aspro e disseminato di rovi, di sassi e di fittissimi arbusti: niente.
Tornò sui suoi passi ed aggirò il punto critico, prendendolo da sotto. Le spine si piantavano nella carne come artigli, ma egli non sentiva il dolore.
Si muoveva, alzando di continuo lo sguardo per non perdere la direzione.
No, non poteva averla mancata; doveva essere lì, da qualche parte.
Il Fiocco faticava a farsi largo ed a nulla servivano gli incitamenti del vecchio che non lesinava il suo vasto repertorio di moccoli.
Provarono più su, più giù, più in qua più in là, ma della beccaccia nemmeno l’ombra.
Il vecchio si passava la mano sui baffi duri come setola e intanto cercava di capire dove poteva essere caduta.
L’idea che se ne fosse andata incolume aleggiava, ma il vecchio la respingeva con sdegno.
S’addentrò nei carpini dov’era passata e proseguì per un centinaio di metri, reggendosi come poteva, finché trovò un lembo di prato.
Non poteva essere arrivata fino a lì, se era stata colpita.
La speranza scemava, lasciando il posto all’amarezza ed il vecchio scese in senso verticale fino ad uscire nel prato sottostante, ma non s’era arreso e, seguendo il margine del bosco, s’apprestava a tornare sul luogo dello sparo, quando il Fiocco sentì qualcosa e puntò dritto sotto i rami di un nocciolo.
Il vecchio si portò alle spalle del cane, ma non gli riusciva di scorgere nulla ed allora si spostò in modo da portarsi il più possibile di fronte per costringere il selvatico ad alzarsi; se era lì. Non si mosse nulla.
Gli occhi dell’uomo filtravano ogni lembo di terreno, come quelli di un falco in cerca di preda.
Lo sguardo si posò sotto un ceppo, in mezzo alle foglie secche, semicoperto da sottili rami di rovo e apparve la regina; una delle ali sembrava ferita.
Non si poteva sparare, era troppo vicina, ma il vecchio capì di dover accelerare i tempi per evitare l’infarto.
S’avvicinò col fucile spianato fino al punto di capire che l’uccello non poteva più alzarsi in volo.
Allungò la mano tremante e la raccolse, soffocando a stento l’emozione.
Uscì dal groviglio dopo aver infilato la beccaccia nella tasca della giacca.
Solo quando si sedette esausto su un argine si accorse di quanto era sudato; infilò la mano sotto la camicia; la flanella era inzuppata.
Si levò il cappello e passò la mano fra i capelli con l’aria di chi s’appresta a passare un grosso guaio.
La Isa sarebbe esplosa come la dinamite e non aveva tutti i torti perchè con l’avanzare degli anni Tita era soggetto a frequenti bronchiti e acciacchi vari.
Non aveva avuto il tempo d’annoiarsi in oltre mezzo secolo passato con la moglie, le loro battaglie erano una vera e propria opera teatrale che replicavano spesso, aggiungendo sempre qualche gustosissimo dettaglio.
Un dialogo colorito nel corso del quale lei lo apostrofava, attingendo direttamente dalla scienza:
Maledeto sarpente don rospo don vecio, te credi de avere sempre vinti ani ti.”
Era una lotta impari, una mitragliatrice contro un fucile ad un colpo e questo colpo, tanto per restare in tema, consisteva in: “Moleghe basalisco!”.
Quella volta che lo portarono all’ospedale, dallo stabilimento Burgo di Lugo, era più dì là che di qua per aver respirato degli acidi, pulendo delle vasche.
La Isa lo vegliò e rimase al suo capezzale a tenergli la mano.
Quando si svegliò, fu lui a tenere forte la mano di lei con tutte e due le sue.
La Isa dovette aspettare che s’addormentasse per liberarsi dalla presa e poter tornare a casa.

Estrasse la beccaccia dalla tasca, era ancora viva ed il suo occhio nero, invaso da terrore muto, si specchiava in quelli chiari del vecchio, ed entrambi riflettevano la malinconia della stagione che andava a morire.
Si alzò e sentì il freddo dei vestiti bagnati attaccargli la pelle.
Scese lungo il prato, raggiunse la strada maestra e poi giù ancora fino al torrente per poi risalire verso la contrada; non erano manovre come quelle di partenza, si trattava solamente d’evitare un giro più largo.
Era l’ora dell’Ave Maria ed il sole era svanito, lasciando un alone di timidi bagliori all’orizzonte, quando il vecchio arrivò alla borgata.
Si volse un attimo verso la montagna che si copriva d’ombra come un'amante pudica; un ghigno di saluto e via.
Il Fiocco era già arrivato da un pezzo e la Isa , come sempre, era fuori a scopare il pianerottolo per nascondere l’ansia.
Per prima cosa gli infilò la mano sotto la camicia e questo bastò per aprire le ostilità.
Tirarono in ballo rettili ed anfibi nell’ennesima rappresentazione.
Tita appese il fucile nel sottoscala e si sedette sfinito, la moglie salì in camera a prendere la roba asciutta, senza smettere un attimo di brontolare.
Il vecchio tirò fuori la beccaccia e la pose sull’angolo del tavolo.
Quando la Isa riapparve, finse di non vedere il più bel fiore d’autunno, quel fiore che lui le portava ogni autunno.
Non smise di brontolare, ma cambiò il tono della voce ed il rimprovero sembrò allora un cantico d’amore.
Quando la prese per metterla in frigo, si fermò un attimo e, benché fosse girata, Tita s’accorse come la guardò, passandole una mano fra le piume con una carezza che egli sentì sua.
E’ passato il tempo e oggi la Isa si ritrova da sola davanti ad un piatto di minestra con la compagnia della televisione e del crepitio del fuoco.
Fuori l’aria si è fatta fine ed i boschi ingialliscono ancora una volta.
Ogni tanto lo sguardo cade lì, sull’angolo del tavolo, dove il vecchio aveva deposto la beccaccia ed il cuore della donna trabocca di nostalgia.

 


 

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