Amici di Scolopax
Amici di Scolopax - Natura e Passione

Beccacce vissute

"La gioia è più grande quando dei ricordi più belli ne possono gioire gli altri"


penne del Pittore


Il bosco dei noccioli
di Franco Zunino
Segretario Generale
Associazione italiana per il Wilderness

 

Questo racconto è ispirato a fatti e luoghi reali.
"La valle tra le colline" dove è situato "Il bosco dei noccioli" del racconto esiste veramente, ed è il luogo dove si sono formate le basi naturalistiche e protezionistiche dell'autore, nella Valbormida savonese, famosa per la colossale industrializzazione e per i conseguenti inquinamenti idrici ed atmosferici. Vero è il fatto della nidificazione della Beccaccia in quel bosco. Vera l'agressione della civiltà industriale culminante con l'istallazione di una fonderia in quei campi incolti del racconto.




Giungeva la notte, da oltre le colline, misteriosa, e si lasciava cadere pesante nel bosco dei noccioli tra la rupe e l'ansa del ruscello; una piccola macchia nella immensità della Terra, che l'essere vivo ritrovava dopo aver percorso un migliaio di chilometri, sorvolato altre terre e le grandi acque salate, seguendo il filo del suo istinto e quello delle generazioni che lo avevano preceduto.
Era tra le poche ad abbandonare così presto il suo andare verso la stella del freddo, chiamatada quella selva scura che incontrava sotto di sé dopo aver sorvolato la cresta dei monti che divide quel luogo dal mare di Liguria; stanca lasciava lo spazio del cielo e l'infinito andare di chi proseguiva ancora, a nord, ancora più a nord, e precipitava in quell'isola di bosco chiusa tra ruscello e la rupe che lì spaccava il precipizio delle colline sull'alveo.
All'alba la Beccaccia era là, a rovistare nella terra umida, come nata da quella terra, nell'ombra e nel silenzio dei noccioleti.
Anche i cuculi giungevano in quei giorni, e si materializzavano con l'alba chiamando nella campagna che stava esplodendo di vita coi colori e i canti della primavera. Da tempo erano sfioriti i farfari sulle argille grigie alla sorgente del ruscello, mentre i ciliegi selvatici chiazzavano di bianco la stesa dei boschi, verde pallido di fine aprile.

Nel bosco dei noccioli fiorivano le primule e gli anemoni, e dalle siepi lungo la vecchia strada agreste si spandeva tenue il profumo delle viole e quello intenso dei biancospini.
Nel crepuscolo un'altra Beccaccia, il maschio, tesseva di voli nuziali la trama bigia del cielo sopra le colline e gridava rauco la sua gloria di vita.
I campi tra il ruscello e la carrareccia erano verdi del grano novello, e dalla cascina oltre la ferrovia giungeva a tratti l'abbaiare di un cane alla catena. L'eco di un canto d'uomo saliva dall'aia sotto la grande quercia dove il letame della stalla fumava fragrante.

A maggio nei castagneti oltre la collina non si spegneva il cantare del picchio muratore e delle cinciallegre, e sui pini silvestri sul crinale gli scoiattoli costruivano i nidi con lembi di corteccia che strappavano ai rami morti dei castagni. Nel bosco dei noccioli lungo il rio la Beccaccia covava, immobile nel suo nido tra le felci, fusa con la terra e le foglie morte. Sotto gli ontani lungo la riva una tortora lasciava il suo nido di stecchi tra i rami di un sambuco, e s'alzava nel cielo verso i campi d'erba medica.
Nella terra fragrante del bosco venivano i merli a razzolare a colpi di becco e di zampe; rovistavano la terra bruna, scalzando le foglie marcie, e il loro frascheggiare era l'unico suono nel sottobosco, col ruscellare dell'acqua sul tufo. Sotto il piccolo ponte più a valle passavano e ripassavano le rondini, sfiorando il nido.
Il bosco era rigoglioso, ombrato dalla rupe; umida la terra, che assorbiva acqua dal ruscello e dalla falda della collina che lo riparava a sud. La terra era il limo lasciato dal ruscello con le inondazioni, intriso di foglie morte e di rami da quando vi era cresciuto il bosco, ed era soffice per  l'abbondanza dei vermi che la percorrevano.

A giugno l'erba nei prati era alta e profumata, e il grano maturo danzava col vento ai caldi dell'estate. Dalla casa oltre la ferrovia giungevano spesso con l'abbaiare del cane i rumori degli affanni degli uomini. Il ruscello ora era più quieto, con lo scarseggiare delle pioggie, e nella pozza nell'ansa prima del bosco dei noccioli completavano la metamorfosi i girini delle rane temporarie, tra l'andirivieni dei gamberi, delle arborelle e delle biscie d'acqua. Sul tufo, dove l'acqua più a valle scivolava tra il verde dei muschi, le cutrettole correvano, avanti e indietro, avanti e indietro, beccando nel limo, per sparire trillando in lunghi voli ondulati lungo la corrente, verso il nido nel vecchio muro della "chiusa". Le tortore tubavano dal noccioleto e il picchio muratore veniva più spesso a rovistare tra i rami degli ontani che in due lunghi filari accompagnavano il letto del ruscello coi loro tronchi neri.
Nel fondo dei noccioli il nido della Beccaccia tornava vuoto prima dell'estate; d'un giallo rugginoso pennellati di scuro, i batuffoli che erano schiusi dalle uova lo lasciavano subito, seguendo la madre nell'ombra del bosco; e bastava lo schiamazzare dei merli o il gridare della ghiandaia per farli sparire nel nulla tra le foglie morte e i ricci dei castagni, già misteriosi come la loro madre che viveva quel luogo da muta osservatrice, fantasma bruno che si fondeva con l'humus ad ogni pericolo.

Gli uomini venivano a mietere il grano nel campo oltre il ruscello, e cantavano al sole di luglio; e nel campo restavano le stoppie, dove volavano le tortore fino a tutto agosto, fino alle pioggie di settembre e ai primi spari del contadino fattosi cacciatore col finire dell'estate.
Sulla carrareccia passavano i carri carichi di quercioli e roverelle, trainati dal passo lento delle vacche; ed era inizio d'autunno. Poi nei campi le stoppie venivano arate, e oltre il ruscello il contadino tornava a gettare a larghi gesti il seme del grano o dell'erba medica nella terra fertile. Le tortore e i cuculi da tempo avevano lasciato le colline.

Il bosco dei noccioli tornava vuoto e sembrava spegnere la sua vita col cadere delle foglie. Quelle notti le Beccacce lo lasciavano per seguire l'antico istinto che le spingeva a tornare nel mistero donde erano venute.
Nel bosco dei noccioli restavano i moscardini, nel loro nido intrecciato di fili d'erba tra le felci ingiallite e i rami dei sanguinelli, là dove iniziava la collina.
E con l'inverno sparivano poi anch'essi, nel sottosuolo, mentre sugli ontani sciamavano i lucherini.

Questo accadeva da sempre, col mutare delle stagioni nell'andare degli anni che la memoria dell'uomo registra in una vita; ed erano gli anni della giovinezza e della gloria del creato.

In quella valle tra le colline venne poi un rumore estraneo alla natura ad inserirsi negli echi che giungevano al bosco dei noccioli dalla strada: rara, qualche automobile cominciò ad arrancare lungo la carrareccia, negli anni che seguirono la guerra.
Allora venivano spesso i fanciulli seguendo la corrente del ruscello, in caccia di arborelle, di gamberi e bisce d'acqua, o a rubare i frutti di un ciliegio sui bordi del campo, ed esploravano il bosco con occhi curiosi, di chi scopre la vita.
Un anno trovarono i piccoli della Beccaccia, e sentirono il suo fantasma alzarsi improvviso, rumoroso nel silenzio, e sparire tra gli alberi.
Fu una gioia catturarne uno e scoprire il mistero della sua esistenza, minuscolo essere strano, diverso da quegli implumi che conoscevano e trovavano spesso nei nidi dei merli e delle capinere. Ma rispettarono il bosco e la sua vita, tornando a deporre il pulcino nell'ombra dei noccioli, dove si perse in un baleno tra le foglie.

Un anno a maggio giunsero al bosco rumori di motori, non lo sferragliare rapido del treno che da tempo passava come un colpo di vento; un rumore pesante e profondo, come le automobili, che già da anni si sentivano sobbalzare nella polvere della strada agreste. E la Beccaccia si acquattò ancor più nel suo nido, come a sfuggire qualcosa di imminente e sconosciuto che la minacciasse. Il rumore durò giorni e giorni, per tutta l'estate, prima lontano e poi più vicino per tornare ad allontanarsi verso Cosseria. Stavano allargando la carrareccia con un bulldozer. Sventrarono con le mine il colle delle querce sul quale si inerpicava  la vecchia strada, spaccando il tufo grigio in larghe schegge, e lo spianarono, abbattendo gli alberi. Tagliarono anche il grande rovere alla curva che dal ponte sul ruscello saliva alla ferrovia, e così il boschetto di carpini e quercioli più oltre. Invasero i campi e i prati di terra smossa e fragile tufo, colmarono e spianarono; e quando quell'anno la Beccaccia tornò al sud, stesero il bitume, nero, a soffocare ogni polvere, ogni grigiore di pietra antica, ogni vita. Così la valle tra le colline cominciò a cambiare volto.

Ma la beccaccia tornò ancora al bosco dei noccioli, gli anni che vennero. Ora era il rombo pesante degli autotreni a giungergli, e quello delle auto in corsa sui rettilinei; le industrie di Cengio si collegavano così rapidamente con quelle di Cairo Montenotte.
Dalle colline gli alberi scivolavano più spesso lungo le chine, abbattuti per essere caricati sui trattori, e diminuì l'eco delle cince e dei picchi muratori mentre sparivano i grandi castagni. Il miraggio del benessere risucchiò in una fabbrica scura e polverosa il contadino, e i campi rimasero sempre più deserti.
Ma il bosco dei noccioli era ancora là, isolato tra il ruscello e la collina, all'ombra degli ontani; solo gli alberi erano più scuri, per i fumi delle industrie che il vento portava tra le colline e che la pioggia diffondeva ai rami, ai tronchi e al suolo. I cespugli lungo il bordo dei campi si infoltirono, e si allargarono conquistando spazio dove l'uomo già non arava più.
Col tempo cessò del tutto la semina dei campi, e della casa oltre la ferrovia non giunse più il canto d'uomini e l'abbaiare di cane; nè l'odore del letame si sparse ancora fragrante. E la campagna restò vuota. Nel cortile avanzarono le erbacce, invasero l'orto; si inclinarono le staccionate e gli alberi da frutto si infoltirono di rami selvatici. Anche il ciliegio presso il ruscello al quale correvano ogni anno i ragazzi che, unici, esploravano il bosco dei noccioli, sembrò intristire e divenne seccaginoso. Nei campi incolti la terra si indurì, e anche le tracce dell'erba medica si estinsero con gli anni. Al ponte non tornarono più le rondinelle e non si seppe mai perchè.
Lungo la riva del ruscello, più a monte del bosco dei noccioli, cominciarono ad andare camion ed automobili a scaricare nella scarpata prospiciente il rio i rifiuti del benessere e della civiltà, e sulle acque limpide apparvero da allora oleosi arcobaleni di colori che la corrente trasportava; le piene strappavano a quelle immondizie barattoli, bottiglie, sacchi di plastica che andarono ad impigliarsi tra le radici degli ontani lungo tutto il corso del ruscello.

La Beccaccia tornava lo stesso ogni anno, giungendo la notte e ripartendo la notte, spinta a quel ritmo antico da una forza di vita che gli veniva dal sangue delle generazioni della sua specie. Lungo il ruscello da tempo non venivano più i ragazzi a pescare le arborelle. Erano diventati uomini e si erano persi nel mondo, dimentichi della gioia che colsero nell'ombra di quegli ontani lungo quel rio.

Con gli anni i gamberi diminuirono dalle pozze, poi sparvero nel nulla come la Beccaccia in autunno; però loro non tornarono più a primavera. Gli ontani li abbatterono in inverno; già da anni le tortore non nidificavano sul sambuco.
A primavera la Beccaccia tornò ancora a rovistare la terra fragrante sotto i noccioli, ma per nidificare si rifugiò più a monte, dove la rupe chiudeva la collina.

Le industrie cominciarono a sorgere più avanti negli anni, verso la fine dei Settanta, come una cancrena di quelle che nel dopoguerra si erano divorate la terra nella più ampia vallata della Bormida. I campi incolti tra la strada e il ruscello fecero gola in quel luogo stretto tra due grandi centri industriali. Si installò prima una grande segheria, poco più a valle del bosco dei noccioli, poi se ne aggiunsero altre di industrie, d'ogni tipo, anche nel campo oltre il ruscello dove cresceva il ciliegio; e i muri retrostanti dei grandi capannoni vennero eretti quasi a precipizio sulla riva, a fare ombra al bosco dei noccioli.
Montagne di scorie e scarti di lavorazione si ammucchiarono attorno ai capannoni e lungo le acque; scoli di liquami trasformarono ancora più in fetida iride il ruscello, e una stesa di lordure venne perenne a punteggiare il tufo dove un tempo correvano le cutrettole. Il tonfare delle macchine era assordante, ed echeggiava, in quel luogo chiuso a sud dalla rupe che saliva alla collina; il bosco dei noccioli era ormai invaso dall'eco di macchine e dal vicino vociare d'uomini. Tra i cespugli di nocciolo le piene avevano portato scarti d'uomo d'ogni sorta.

A primavera fiorirono ancora le primule e gli anemini, come se la natura volesse trionfare lo stesso. Ma la Beccaccia non tornò più al boschetto dei noccioli; sparì nel nulla e nel mistero dal quale era comparsa generazioni e generazioni prima, come la vita.


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