I Forum di Scolopax rusticola
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Beccacce vissute

"La gioia è più grande quando dei ricordi più belli ne possono gioire gli altri"


penne del Pittore


Due destini
di Gionni Senesi

Erano ormai due giorni che l’uomo vagava dentro la grande foresta di betulle; era l’unico posto in cui riusciva a stare, i grandi alberi lo accoglievano nel loro maestoso abbraccio, lo riparavano dai forti raggi del sole e creavano una coperta di sogni quando la stanchezza lo faceva crollare.
Non poteva tornare a casa, non poteva condannarsi a non ascoltare più la risata argentina della donna che aveva contribuito, con la sola presenza, a riempire di colori le nude stanze del suo alloggio.
Nella foresta c’era il fruscio delle foglie smosse dalla brezza, il canto dei fringuelli, la carezza del vento, cose che riuscivano ad estraniarlo a momenti dai suoi mesti pensieri.

Aveva passato sei mesi in ospedale, diviso fra la stanza in corsia e la sala di rianimazione, quando infine gli dissero la verità che andava domandando da tempo: lei era viva, ma le funzioni cerebrali erano quasi completamente perse; lo stato di coma, secondo i dottori, era irreversibile.
Se n’era andata senza un addio, la sua ultima parola era stata "attento!".

E questo pensiero, ora che era finalmente uscito guarito, almeno nel fisico, dall’ospedale, lo tormentava senza tregua giorno dopo giorno, notte dopo notte.
Per questo era tornato nella foresta che l’aveva visto bambino quando, nelle fredde giornate di Novembre, si divertiva a sguazzare a piedi nudi nei motrigli presso i quali si dava appuntamento con gli amici; si sfidavano a chi riusciva a resistere più a lungo al morso del gelo che attanagliava i piedi e le caviglie.
Qualcuno vinceva sempre, ma non c’erano coppe, era meglio sbrigarsi a tornare a casa a scaldarsi al ceppo nel focolare.

I bambini erano poi diventati uomini e la città li aveva inghiottiti, separandoli per sempre. Per quanto gli era concesso di sapere, ognuno di loro aveva messo su famiglia, ma lui non ci aveva mai pensato, fino a quando due occhi azzurri sotto un ciuffo di capelli corvini non gli avevano fatto cambiare idea.
Avevano deciso di tornare a vivere al paese, dove la vecchia, isolata casa, li aspettava con la speranza di veder fiorire nuova vita fra le sue mura.
Ma quel camionista ubriaco aveva rovinato tutto, distruggendo tutte le sue speranze in quel tragico schianto.

Lo squittire di un pettirosso, che si stava riposando in un biancospino lì accanto, lo risvegliò dai suoi tristi pensieri, riportandolo alla non meno dura realtà.
Si decise a muoversi e si sentì sollevato nel calpestare il soffice tappeto di foglie, mentre osservava gli alberi lontani rosseggiare nel fuoco del sole morente dietro i monti.
Si affrettò per non tardare all’appuntamento, dove la foresta si apriva e il terreno creava un piccolo dosso, dalla cima del quale poteva scorgere il suo arrivo.

E così fu, come la sera prima e quella prima ancora; la beccaccia arrivò sfalchettando e lo guardò un attimo con i suoi occhi pieni di lacrime, poi se n'andò veloce come era arrivata. "Tra un po’ te ne andrai a cercare posti più caldi, e io chissà se ti rivedrò" mormorò l’uomo, ripiombando di botto nei mesti pensieri che lo affliggevano.
Ripensò che il fucile era ancora appeso al camino, il dolore che stava provando gli aveva tolto anche quest’ultima passione, lo stava svuotando dentro, conducendolo lentamente alla pazzia.
Si abbandonò di nuovo alla disperazione, ma fortunatamente la stanchezza lo vinse facendolo piombare in un sonno senza sogni.

Lo svegliò un rumore di spruzzi che proveniva dalla pozza che l’acqua piovana aveva formato nel prato, accanto al grande albero presso il quale lui si era accasciato.
La luna tingeva d’argento i ciuffi d’erba mentre la brezza li sballottava lentamente, facendoli sembrare folletti animati.
Ma la cosa animata era accanto alla pozza; sgambettava sgraziatamente nell’acqua bassa e, di tanto in tanto, tuffava il becco, per poi ritirarlo fuori e lisciarsi le penne arruffate.
Era la sua beccaccia, quella che ogni sera lo salutava tristemente, con i grandi occhi vellutati pieni di dolore.
Si ricordò di averla osservata, durante la stagione degli amori, compiere bellissime evoluzioni per conquistare la compagna che l’aspettava acquattata sotto il grande albero.
Usciva tutte le sere, e lui l’aspettava armato di tutto punto.
Non era mai riuscito a sparare però, non voleva rovinare quel felice idillio; pensava ai suoi occhi azzurri e aspettava la notte sognando.

Ricordava la prima volta che vide in volo tutte e due le beccacce, pavoneggiarsi del loro amore, mentre l’aria arrossiva nell’agonia del tramonto e la sagoma del grande albero si ergeva a testimone supremo.
Fu quella volta che un boato squarciò il silenzio della sera e la femmina cadde colpita a morte, il maschio si rifugiò nell’abbraccio della foresta, ma tutta la notte risuonò nella valle il suo canto funebre.

Qualche mese dopo un altro grido echeggiò distinto, e questa volta era l’urlo di un uomo accecato dal dolore, quell’uomo che aveva assistito alla morte della giovane beccaccia innamorata, colpita da un bracconiere nel giorno del suo volo nuziale.
Il maschio di beccaccia sentì lo strazio dell’uomo e riconobbe la disperazione di chi ha perduto la donna che ama; sentì la ferita che aveva dentro riaprirsi improvvisamente e capì l’uomo, anche se un suo simile gli aveva portato via la giovane compagna.
Volò di nuovo sopra lo spiazzo che si apriva nella foresta, e lì lo incontrò.
Ne aveva timore, ma quella sera, quando lui si addormentò sotto il grande albero, decise di avvicinarsi per vegliare il suo sonno.
Planò leggera vicino alla pozza e, cercando di fare meno rumore possibile, iniziò a lisciarsi le penne arruffate; in quel momento lo vide alzarsi, si era svegliato e aveva raggiunto con passi silenziosi il piccolo specchio d’acqua.
Lesse il dolore profondo dentro ai suoi occhi, mentre lui, piangendo, la chiamava con un nome di donna.
Volò via silenziosa e pensò che lì vicino c’era una sorgente d’acqua dove il cibo non scarseggiava mai e dove il ghiaccio non riusciva ad indurire il terreno neanche durante la fredda stagione invernale, quando i suoi compagni se ne andavano a cercare posti più caldi in paesi lontani. Decise quindi di non partire.

Il rumore di spruzzi che lo aveva svegliato cessò, mentre la sua beccaccia si lisciava morbidamente le penne.
Si alzò e si avvicinò alla pozza con fare silenzioso; in quel mentre sentì una risata squillante, e il bagliore di un braccio nudo illuminato dalla luce lunare gli colpì gli occhi. Lei era lì, i suoi occhi azzurri lo guardavano, mentre un ciuffo di capelli le scendeva sulla spalla e il suo sorriso lo cullava come tante altre volte in passato.

"E’ tornata un’ultima volta, per un ultimo saluto" pensò l’uomo; rimase a contemplarla per un attimo, poi, con le lacrime che sgorgavano finalmente libere, si avvicinò tendendole le braccia e chiamandola per nome, sentendo dentro una gran forza dove prima albergava il dolore.
Lei mosse le labbra, senza che ne uscisse alcuna parola, poi assunse le sembianze di una beccaccia e sparì silenziosa.
La foresta lo riaccolse nel suo grembo per il resto della notte.

Aspettò l’alba al solito posto, nello spiazzo in cima al piccolo dosso, nell’attesa di vederla sfarfallare di nuovo, durante il suo spostamento verso le zone di rifugio diurne. Era talmente immerso nel turbine di avvenimenti di quella notte che quasi non si accorse che lei stava arrivando, fino a quando non se la trovò davanti e sentì il fruscio provocato dalle sue ali; si fissarono un attimo e ambedue lessero, l’uomo negli occhi dell’uccello e l’uccello in quelli dell’uomo, la parola fine al loro dolore.

Riuscì a riportare a casa la sua donna e iniziò ad accudirla giorno e notte, con la forza della speranza che gli era cresciuta dentro dopo quella strana notte.
Tutte le sere però, prima dell’imbrunire, si assentava per poco tempo; lo spiazzo nella foresta era poco distante da casa e lui non poteva mancare all’appuntamento con lei che arrivava dalla sorgente che nasceva fra i giovani abeti del monte vicino.
S'incontravano per suggellare il tacito patto di amicizia che avevano stretto, bastava uno sguardo, e anche quando la neve ammantò per lunghi mesi la grande foresta, nessuno mancò mai all’appuntamento.

Il sole sta morendo dietro il monte e due beccacce si alzano in volo sfiorando i maestosi rami del grande albero; inebriate dal loro amore si esibiscono in evoluzioni sempre più complicate, arrivando a sfiorare il terreno per poi compiere improvvise ascese verticali. Le osservano un uomo e una donna, fermi sopra il piccolo dosso dentro la foresta; si tengono per mano mentre i due uccelli li sorvolano incrociando i lunghi becchi in segno d’amore.
Gli occhi dell’uomo brillano di gioia, gli occhi azzurri di lei osservano estasiati i colori del giorno che si sposa con la notte, mentre un dolce vento di primavera le accarezza i lunghi capelli neri.



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