
Amici di Scolopax - Natura e Passione
"La gioia è più grande quando dei ricordi più belli ne possono gioire gli altri"
Il silenzio era profondo notai, in contrasto a tratti con il sibiliante fruscio della tramontana novembrina. I colpi di vento da nord avevano schiarito il cielo e ravvivato le speranze di trovar beccacce. Che pace e che ansia dentro di me! Era la prima stagione di caccia dopo essere andato in pensione e la trascorrevo di nuovo nelle mie valli appenniniche. Mi alzai ed in cucina trovai pronto il mio caffè insieme al pacchetto dei biscotti di mosto ben avvolti nella carta paglia che ne conservava il profumo da liberare poi lassù alla colazione nel bosco; e mischiarlo all'odor di foglie e tronchi marciti, e di muschio e di terra odorosa; e di funghi; e farne un tutt'uno per l'immancabile appetito che è proprio delle camminate novembrine. Tutte le cose di sempre erano lì nella cucina di sempre, al mio risveglio prima di andare a caccia. Sandra le aveva preparate dopo l'ultimo telefilm, così come tant'anni prima le preparava mia madre e poi mia suocera. Già le cose di sempre, pensai. Ed è proprio tempo di beccacce! Aprii la finestra a verificare il sereno e fresco pungente; lanebbia, nemica di quella caccia, non c'era. In un attimo ero vestito ed infilai i paramacchia nella catana. Con una delicata flessione verificai la ruggine delle ginocchie sessantacinquenni e mi rialzai appoggiandomi al tavolo. «Ma va! - pensai - altro che atmosfera di sempre. Questi son anni addosso e non pochi!». Mentre bevevo il caffè accesi il televisore sul canale «meteo»: il versante adriatico era sgombro da nubi; battei alla tastiera il codice del «particolare di regione» e l'immagine delle Marche in infrarosso notturno apparve perfetta nel video. Allora con il codice video-SIP chiesi la «zoomata» dal satellite: costava un pò di scatti telefonici ma se la linea fosse stata libera ne valeva la pena. «OK.OK.OK. Procedere al particolare» apparve scritto in fondo al video. Il successivo codice numerico della zona, diede corso alla «zoomata». L'immagine in digitale elaborata dall'infrarosso, era veramente perfetta: con la matita elettronica da video toccai i versanti nord-est dei contrafforti appenninici intorno a Fabriano scorrendo poi velocemente sino a Laverino: la temperatura al suolo era troppo bassa lassù per le beccacce e di certo la terra era stata gelata di notte. Molto meglio Monte Maggio più in basso verso Vallarga. Memorizzai in tastiera tutti i dati video e passai come sempre a salutare Sandra. Gli anni erano passati per le gioie e le bufere della vita ma come sempre il suo sonno diventava leggero e silenziosamente partecipe del mio saluto sia prima del lavoro sia prima della caccia. Scesi giù alla stanza dei fucili e presi il mio Breda Computer: accesi il monitor e ricevetti subito la memorizzazione «meteo» che avevo inserito sopra. Collegai lo spinotto all'apposita presa del calcio del fucile: «Load Gun» ed i dati del tempo furono subito dentro il piccolo video-display con le scritte in digitale luminoso. Poi sulla tastiera composi la richiesta: «base Fabriano; data meteo 2.11.2002; variante colombacci; load for cartucce; RUN». Dopo 10 secondi ciotolarono giù dall'armadietto distributore 35 cartucce Sidna con piombo 7½, e 10 Eley cal. 5. Caricai la cartuccera. I fari della macchina di Mario lampeggiavano attraverso la persiana. Uscii e respirai profondo l'aria frizzante. «Ciao, come ti senti a rifare le cose di 40 anni fà?» fu il saluto di Mario dal finestrino abbassato. «Come sempre e con 40 anni in più, in tutti i sensi». Ridemmo. Ma quali 40 anni in più??!! Mentre l'auto aveva già superato Cancelli e andava su per la mulattiera dentro la valle tra Monte Maggio e Vallarga, le sensazioni erano sempre le stesse e uguale la voglia della vera caccia. Mario aveva il cane: un setter macchiato ancora giovane pronipote del vecchio setter di Baldoni che ci aveva deliziato in Grecia. Io ero ancora senza cane ma già lo programmavo per gli anni a venire ora liberi dal lavoro. Scendemmo a Vallarga sotto la vecchia caccia alle palombe del Commendatore. La pineta che avevo visto piantare da ragazzo, era ora imponente. Le rimesse per le beccacce erano sopra, ai boschi di quercia ed alle faggete, dentro due o tre valloni che conoscevo da sempre in tutti i particolari. Il buio accennava appena ad andarsene ed il cielo terso, stellato, sfumava nel bleu rosato dell'aurora a levante dietro Monte S. Vicino. Dove finiva la strada, sotto la macchia, c'erano i campi lavorati e qualche residuo di stoppia e poi degli strani terrapieni battuti e rassodati. «Sono le postazioni delle giurie - mi spiegò Mario - Qui hanno fatto dei campi permanenti per le gare di caccia pratica. Ma è tutta roba artificiale. Pensa che il mese scorso è venuta una commissione da Roma, dal Ministero dell'Agricoltura, credo. Hanno fatto degli esperimenti con dei lanci di selvaggina per gare. Roba da allevamenti dello Stato. Mi hanno detto che ci era qui una sorveglianza speciale; era tutto «top secret»...Ma ora andiamo». C'incamminammo su per il sentiero in mezzo alla prima faggeta di Vallarga. Le foglie umide non crepitavano sotto i nostri piedi ed era tutto silenzio. Qualcosa mi mancava... era il suono del campano al collare del cane. «Ma non glielo metti più?» domandai a Mario. «Sai, ho ceduto anch'io alle diavolerie della tecnica, ma ne vale la pena. Ha il collare radar che è uscito da pochi mesi». Al posto destro, Mario aveva una specie di grosso orologio, in pratica un piccolo schermo radar che gli dava la posizione certa del cane, fermo o in movimento, nel raggio di 1 chilometro. «Dio mio, esclamai, mancano solo i campi minati». Infatti vent'anni prima cacciando beccacce ai confini tra i belligeranti Grecia e Turchia, ci eravamo trovati davvero in mezzo alle mine antiuomo ed anticarro; corremmo allora, si fa per dire, in punta di piedi a legare i cani che avevano il campano. Il chiarore ormai aveva preso il sopravvento sul buio anche nel bosco e si poteva cominciare la cacciata. Mario scese nel fondo del vallone ed io rimasi a mezza costa. «Che...missili hai?» chiesi a Mario. «Sidna 7½». «OK. Collima con i miei. Mi sintonizzo con te, regolarizzo l'«alzo» e poi si và!». Accesi il computer sul calcio del fucile e nel programma già memorizzato a casa inserii la temperatura della valle, l'umidità dell'aria e del terreno, e con l'anemometro digitale chiesi l'inserzione sempre automatica della velocità del vento rispetto alle coordinate della nostra direzione di marcia. «Go to USR» fu la risposta in «basic». Il mirino luminoso non si spostò: infatti non si poteva nemmeno chiamare brezza quel filo d'aria che ora a tratti faceva frusciare le foglie non ancora cadute. Avevamo fatto appena 100 metri, che sul calcio lampeggiò la lampadina verde. Era Mario in chiamata. Guardai il display: «cane stop 40 metri a destra». Cercai il giusto spazio tra le cime dei faggi e attesi la guidata del cane. Sentii Mario che si faceva largo tra i rami, poi il frullo, strano, quasi metallico seguito da un colpo di Mario; e poi subito il volo dell'uccello davanti a me a 25 metri, rettilineo. Di certo non era beccaccia, ma mi sembrò uno strano fagiano. Tirai tranquillo e l'uccello cadde come imbalsamato, con una strana parabola in salita 30 metri più in su verso il costone. «Che strano? In salita!» Il cane mi passò avanti eccitato, mentre Mario l'incitava al riporto. Ritornò dopo due minuti ad orecchie e coda basse; sudava dalla lingua e non aveva riportato. «Che succede, mi grido Mario, non l'ha trovato? Ma che razza d'uccello era - aggiunse - ho tirato a buco e per un attimo mi è sembrato un fagiano». «Anche a me - risposi - ma non è possibile». Sapevamo bene che il fagiano, da oltre 2 anni, era considerato totalmente estinto in tutto il mondo. Esperimenti genetici sui cromosomi, condotti in Ungheria alla fine degli anni '80 al fine d'incrementare gli allevamenti, avevano portato ad un fatale errore di ingegneria genetica si che la razza era poi scomparsa velocemente a macchia da tutto il globo. Solamente il favoloso e raro fagiano dorato sopravviveva in Cina e negli Zoo. «Vado su io, ho una quercia più alta per riferimento». Mi feci largo tra il sottobosco dove tra la coltre di folgie secche era più alta e compatta; guardavo se vedevo una spennata indicativa, ma niente, eppure dovevo essere a pochi metri dal punto dove era caduto. «Avrà scorso di pedina. È ferito» pensai. E mi fermai a tirare il fiato che effettivamente un pò arrancava. La luce del giorno già fatto entrava tra i faggi a rosseggiare il tappeto di foglie: a dieci metri da me erano chiari i segni dove era passato il cane e le foglie smosse lasciavano intravedere una massa grigio-brunastra che affondata nel terreno sbatacchiava ritmicamente un'ala. «Ma che cavolo....!». Mentre mi avvicinavo sentivo crescere un rumore come di orologio a cremagliera. Spostai un pò le foglie che il muso del cane doveva averci buttato sopra e ....rimasi impietrito, come trasportato di botto in un film di fantascienza. Il volatile era una specie di uccello che si poteva definire tra un fagiano ed un colombaccio, con penne rosso brune e piume grigie che potevano essere di plastica e lana insieme. Un'ala sbatacchiava ritmicamente sulle foglie, così come il capo con un collo non lungo cerchiato bianco come un colombaccio, la coda chiusa non appuntita, più grigia che nera così come il petto sventrato sul fianco. Sembrava un uovo di Pasqua appena rotto: i bordi del buco, netti e irregolari, dai quali usciva una sostanza gelatinosa, biancastra, come quella delle batterie rovinate. Due monconcini di tubo «dacron» o «teflon» o «Goretex» come le protesi di arterie artificiali chirurgiche, affioravano gemendo una sostanza più liquida e rossastra. Senza toccare mi avvicinai di più e vidi attraverso lo squarcio che i tubetti erano collegati ad una specie di sacchetto poroso in poliespanso morbido ed elastico: «il polmone» pensai, ed infatti dai buchetti usciva un flebile fumo rossastro con l'acre odore di carne selvatica. Come inebetito, con un senso quasi di schifo, afferrai con due dita una zampa e tirai su il «mostro»; la zampa spezzandosi subito mi rimase in mano ed il «robot» cadde di nuovo sulle foglie seguitando a muovere ritmicamente, ma più lentamente, l'ala ed il collo. Sulla zampetta rimastami in mano, c'era un grosso e largo anello con una scritta «Bird robot 621, game shooting, made USA, test for Min Agric. Italy. Hibrid Plastic Pheasant HPP». La voce di Mario mi risvegliò quasi da un sogno. «Aoh!! Ma che fai lassù, l'hai trovato? Che è?». Proprio in quel momento il ritmico starnazzare del volatile a terra, si fermò. La struttura esterna divenne come incandescente e con un lampo di flash, s'incenerì fumando. «Mario! Mario!» gridai ed annaspai ansimando tra i faggi e risalendo il viottolo. Mario era laggiù in fondo al viottolo con il cane accucciato accanto: la strada era come un tunnel ciotoloso in discesa, con la luce abbagliante del sole appena sorto, là proprio in fondo al «buco» nel bosco. Mario non capiva e rimaneva fermo: io cominciai a correre all'impazzata verso di lui, verso la luce, stringendo in mano quel pezzo di zampa con l'anello. «Mariooooooh! Mariooooooh! È un robot! Noooo!! Noooo! Questo noooo!!!». La mano di Sandra a tentoni nel buio sulla mia bocca, poi mi scosse fortemente la spalla e mi trasportò nel confuso improvviso dormiveglia che addolcisce l'incubo di un sogno brutto interrotto. Ansimavo per «la corsa» e per la sete. «Che sete, tutta colpa del salame e della lonza di maiale di ieri sera; ho mangiato troppo. Speriamo non sia il diabete». Trangugiai acqua a garganella dalla bottiglia sul comodino. La sveglia in digitale luminoso segnava le 4 e 10, la data era proprio fissa al 02.11.2002! Feci un lungo sospiro e non dormii più. Era quasi ora di alzarmi e preparare le cose di sempre. Poi aspettare Mario. Si! Ero proprio a Fabriano per le beccacce, e non era cambiato niente... Un sogno anche questo??!
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