
"La gioia è più grande quando dei
ricordi più belli ne possono gioire gli altri"

a Galli
di Giuliano Rigoni Podestà
Laria gelida della notte mi fa rimpiangere il
tepore dellauto, ma è solo un attimo, poi il silenzio della montagna mi carpisce.
Strano fascino sa infondere la notte dalta montagna, luoghi conosciuti che di giorno
pur nella loro magica bellezza, si lasciano domare, conoscere, scoprire, gli stessi luoghi
ora pretendono lassoluto religioso silenzio.
Il rumore della portiera dellauto che Aldo ha sbattuto dopo esse sceso, mi da
limpressione che la valle in silenzio, si stia chiudendo su se stessa, indispettita
da quel rumore che ha disturbato quel momento così magico.
Forse sarà proprio così e quando lalba mi darà lentamente il modo di intravedere
i contorni che ben conosco, non troverò più nulla di conosciuto, ma solo un nulla
indefinito e insignificante.
Il mio amico deve aver indovinato nelloscurità che quel rumore ha disturbato anche
me e sottovoce mi sussurra un "scusa" che appena percepisco.
In silenzio, ognuno nei suoi pensieri, prepariamo le nostre cose, sempre le solite, sempre
pronte ma sempre controllate due volte, le quattro cartucce del sette allestrema
sinistra della cartuccera, uno spazio vuoto e poi quelle del quattro, per essere pronti
anche se mai fino ad ora questo è servito, a galli difficilmente si ha la prova
dappello. La parte destra lasciata libera per avere meno ingombro
allimbracciata, niente guanti per me che ho sempre odiato, mentre Aldo prova con
scarsa convinzione quelli con le dita libere che gli ha regalato Anna per il suo
compleanno.
I cani hanno di certo capito che oggi non si va a becchilunghi ma a Galli e restano
tranquilli nel bagagliaio senza il consueto sbatacchiamento di code sulla fiancata, forse
dentro hanno lo stesso inconscio tremolio che pervade anche noi, a stento trattenuto,
forse è per questo che non parliamo, per paura forse che la nostra voce venga fuori
falsata da tanta emozione.
Siamo pronti, i cani al guinzaglio, il fucile di traverso sulla schiena, il peso delle
poche cose essenziali infilate nello zaino e partiamo avviandoci per la mulattiera che
ancora non vediamo ma che quasi indoviniamo nelloscurità della notte.
Il respiro, che cerchiamo di fare più corto e meno rumoroso possibile,
non fa altro che aumentare il battito del nostro cuore che per ossigenare il nostro sangue
a queste altezze, deve accelerare i propri ritmi, il suo sordo pulsare ci sale ai timpani,
facendoci in tal modo peggiorare la situazione.
Limprovviso rumore tra le mughe di lato ci blocca entrambi, un capriolo dal rumore,
i cani nemmeno tendono il guinzaglio nel tentativo di inseguire, cose più importanti li
attendono su in quota.
Saliamo così Aldo davanti e io dietro, in silenzio, so cosa sta pensando ora, già ha
fatto tutto il programma del tragitto da fare, già ha deciso dove sbucherà questa volta
sul Pian del Morto per sorprendere il vecchio George, quel vecchione così furbo e scaltro
che conosciamo bene per averlo più volte alzato senza aver mai avuto modo di indirizzarli
almeno una fucilata decente, battezzato così perché la prima volta che lo abbiamo
trovato era partito così bello e tranquillo quasi come un pollastro, ma si era involato
proprio dritto verso Giorgio, il guardaboschi salito lassù per controllare lo stato della
baita occupata durante lestate dai pastori.
Logica la disperazione di Aldo per non averlo nemmeno potuto mirare, con minaccia al
guardia di mettere lui nella cacciatora, collera poi chetata davanti a un goccetto di
Ginepral che lincolpevole amico si era sentito in dovere di offrirci per ripagarci
del danno causato.
Quel giorno finì in bianco, ma dette comunque avvio ad una sfida che rinnoveremo anche in
questa giornata di metà novembre, ideale per cacciare i galli, con i giovani ormai
smaliziati e con la muta completa e i vecchi, che diffidenti e arroganti, ti lasciano
quasi sempre con un palmo di naso e con qualche ferma in bianco.
Ad est il blu comincia a schiarire, è il momento che preferisco in queste occasioni,
tante volte sono salito quassù durante lestate, per controllare landamento
delle covate o solo per fuggire dal caos della folla di turisti che sacrileghi invadono le
abetaie più in basso, ma nessuna di quelle albe è come questa, nessuna mi fa venire come
stamattina il brivido lungo la schiena.
Ancora dieci passi e arriveremo al bivio dove siamo soliti attendere l'ora giusta per
iniziare a cacciare, Aldo lega la sua setter al ramo basso di un mugo che sporge a lato
mentre io faccio accucciare la mia a fianco dello zaino solo appoggiandole una mano sulla
schiena, non serve tenerla legata, ormai sa che deve attendere ancora.
Alzo il bavero della cacciatora e trovo posto a fianco di Aldo, in silenzio aspettiamo
cercando di regolarizzare il nostro respiro per poi a turno trattenerlo nel tentativo di
percepire qualche rugolio di gallo o il soffio leggero di qualche volo mattutino.
Dal vallone più sotto ci giunge il rumore fastidioso di una risata, forte, arrogante di
certo non è uno dei nostri, o è forse un giovane che non ha ancora imparato nulla, che
magari avrà con se lultimo automatico e venti trenta cartucce, come quando va in
riserva a fagiani.
Nessun commento da Aldo, non serve, indovino a memoria la sua bestemmia serrata tra i
denti e laugurio poco sportivo inviato allindirizzo di quel tale, oggi
chiunque incrocerà la sua strada non avrà nessun saluto in risposta.
Il lamento lontano di una volpe non disturba il ritornato silenzio, la setter trema e
anchio mi accorgo di aver freddo, il sudore della salita si è raffreddato sulla
schiena e mi penetra dentro, con mosse leggere apro lo zaino e sfilo il thermos colmo di
caffè forte e bollente corretto con la grappa di Kummel, magistralmente distillata dalla
Zia Elsa e che sempre portiamo con noi come un magico portafortuna.
Quel caffè emana un profumo che sembra far parte della montagna stessa, si confonde con
lacre odore della resina di mugo, ci scalda ancora prima di averlo sorseggiato
piano, con gesti misurati quasi religiosi, i cani sembrano aver capito che ormai è ora e
si agitano nervosi in silenzio.
Mi alzo e risistemo lo zaino, in controluce controllo le canne del fucile, imitato in
fotocopia dal mio amico che nervoso guarda verso il basso cercando di indovinare
litinerario dei rumorosi cacciatori di prima.
Slega la sua setter che dimpeto trascina via anche la mia vecchia e si inizia, come
sempre senza una parola, con una sola occhiata dintesa tocca a me stare sopra oggi,
nessuna discussione, nessuna pretattica ormai sappiamo bene come e dove andare.
Ad intervalli più o meno lunghi attendo con ansia il passaggio
della setter nei rari spazi liberi tra i grovigli di mughi e rododendri, ad ogni ritardo
le pulsazioni aumentano per tornare normali al suo apparire, con rapide occhiate seguo il
mio compagno più a valle che so sta facendo lo stesso con me.
Passano si e no dieci minuti e una rapida sequenza di brevi fischi mi richiama verso di
lui che ha intravisto la setter in ferma tra due ampie mughe, mi precipito in barba alla
prudenza e al silenzio che in questi luoghi la ferma di un cane su questi diavoli esige.
Lui è già appostato su un vecchio formicaio abbandonato che crea una piccola montagnola,
un rapido sguardo al paesaggio, non per ammirarne linnegabile bellezza, ma per
capire dove mettermi per avere la posizione migliore a coprire le vie di involo possibili.
La mia setter è già in consenso, non so da quanto, non lavevo più vista dal
momento del richiamo, ma forse la mia corsa lha indotta a scendere veloce intuendo
lazione. Nulla, di certo una pigra gallina indispettita per essere stata distolta
dalle sue mattutine ispezioni in cerca di mirtillo, la setter molla, fa un rapido giro e
si rimette immobile, la mia non si è mossa, sembra ipnotizzata davanti a quel fitto
intrigo di rami.
Il fragore del volo copre appena il "gallina" gridato a pieni polmoni da Aldo,
non ho nemmeno alzato il fucile, ma resto comunque pronto, non sarebbe la prima volta che
qualche scaltro nerone manda avanti la madama per poi sorprenderci alle spalle.- I cani
perlustrano il fitto e passano avanti, sembrano invasati anche se credo lo fossero già da
prima, mi riporto in quota e sorpassando una strettoia tra due grossi massi, quasi
calpesto una seconda gallina che con il suo co-co-co mi saluta e si butta a valle.
Aldo nemmeno la vede, sente solo il suo volo ,ma lorecchio esperto gli fa ripetere
quel precedente grido, forse più indirizzato a quelli a valle che a noi stessi.
Continuiamo sul costone la cerca senza incontrare nulla, non ci sorprende, in questi
intrichi è difficile trovare qualche covata, cè poco spazio per far crescere i
pulcini destate, le mughe ormai hanno coperto tutto e fatto soccombere i tappeti di
mirtillo che crescevano abbondanti quando i pastori tenevano libere le poche zone
destinate al pascolo delle loro greggi, semmai trovi qualche femmina sola o qualche
giovane di rimessa.
Non ci scoraggiamo, lo sappiamo bene che questa caccia è così, si può camminare tutto
il giorno e non vedere nulla e magari, ormai sconsolati, affacciarci su un vallone e
vedersi sorprendere da 4/5 galli che partendo assieme ci rubano le fucilate nel mucchio.
Facciamo una sosta, mandiamo giù un pezzo di cioccolato, una sorsata di acqua e ci
scambiamo si o no due o tre parole.
Nessuno dei due ha nominato il vecchio George ma tutti e due sappiamo bene dove siamo
diretti, il Pian del Morto è il nostro obiettivo, il posto dove sarà per noi caccia
vera.
Nel silenzio uno stretto doppietto, più da beccacce che da galli, ci fa sussultare e
dentro di noi tentiamo di individuarne la direzione e la provenienza.
No, è troppo a valle e sulla destra, il vento è giusto e non può essere da lì che è
venuto. Ripartiamo, quasi spronati dalla paura che qualche pivello possa passare di là
prima di noi e che la classica fortuna dei principianti lo premi con quel furbone che,
egoisticamente riteniamo solo nostro.
Andiamo avanti, quasi senza cacciare, senza occuparci dei cani, in fretta a volte
lasciandoli addirittura indietro, tutti e due vogliamo arrivare in fretta sul bordo del
valloncello che precede quel posto così magico per noi. Ci siamo.
Con estrema prudenza ci allineiamo per avanzare assieme, aspettiamo i cani che si sono
inconsapevolmente fatti più prudenti, sembra un posto magico e irreale anche se a prima
vista è uguale a cento altri, una distesa di pino mugo con qualche fitta selva di ontani
nella parte più in ombra e poche zone libere.
Subito la cagna punta e il nostro cuore impazzisce.
Non è nulla, una prudente guidata e poi lascia lusta, forse una lepre di cui ho
visto le palline bruno verde depositate al margine del sentiero.
Avanziamo con la tensione che aumenta a mano a mano che ci avviciniamo ai posti che
riteniamo migliori, e quello dopo è di certo più favorevole di quello che fino ad un
attimo prima di superare ritenevamo sicuro.
Nulla, una rapida occhiata ad Aldo per cercare nei suoi esperti occhi un segnale
rassicurante, ma anche lui sembra sorpreso più che deluso.
Forse disturbato da qualcosa o qualcuno il gallo si è già rifugiato su quelle cengie
inaccessibili sul versante Trentino, o forse il vento non era poi così giusto e quel
doppietto era per lui.
Passiamo tutta la zona senza nulla trovare, solo unaltra ferma falsa su una fatta
del giorno prima, viola come i mirtilli che devono averla generata.
Breve consulto sul da farsi e rapida decisione di ripassare più a valle, forse impigrito
dalletà non si è troppo affrettato verso quel suo abituale rifugio dopo la pastura
di prima mattina in quella radura ricca di bacche.
Sto sotto io e Aldo sembra voler scuotere ramo per ramo quellintricata selva per
vedere dove si è nascosto il nostro amico, ancora nulla, i cani sembrano aver capito che
molto dipende da loro e hanno ripreso a battere il costone con rinnovata energia e
convinzione.
Arriviamo al margine opposto e ancora i nostri sguardi si incrociano delusi e sorpresi.
Dove sarà andato ?
Possibile che durante lestate per ben tre volte lo abbiamo sorpreso sempre al solito
posto e proprio oggi non ci sia ?
Altra sosta e altro consulto, ci accorgiamo che la mia setter non cè.
Dove lhai vista lultima volta ?
Quella domanda rivolta ad Aldo lo fa incazzare come una belva.
Ma come la cagna è tua e chiedi a me dove sta ?
Ritorniamo indietro cercando di far presto, la cagna non si trova, eppure non può essere
lontana.
Improvviso anche se atteso, il fragore del volo sembra quasi schiaffeggiarci.
Ci giriamo, già con i fucili alzati solo per vedere il bianco del sottocoda sorpassare la
cengia che delimita il piano e indovinare, per averlo già visto durante lestate, il
suo volo elegante e sicuro giù fino al passo che da sul versante a nord, dove sappiamo
farà una virata secca e planerà fino a quelle rimesse che solo i camosci sanno
raggiungere.
La delusione e la rabbia hanno per qualche secondo il sopravvento sullemozione
improvvisa e le considerazioni del come e del dove sia stato possibile lasciarlo indietro
sono le stesse di sempre, anche a beccacce.
La mia cagna giunge a noi con uno sguardo interrogativo che ci imbarazza.
Ma come, sembra dirci era lì, lo sentivo vicino, sapevo che era lui e voi siete tornati
indietro, era proprio appena al di sotto della cengia dove vi siete fermati per cercarmi.
Forse ho sognato, la mia cagna non ha mai parlato, ma se ne fosse stata capace di certo mi
avrebbe detto proprio questo.
Infatti il vecchio George era a non più di 20 metri da noi sotto al crinale che delimita
il piano, ci siamo arrivati a venti, massimo trenta metri alla prima passata e ancora più
vicino alla seconda, se si fosse involato subito avrebbe dovuto passare al pulito mentre
ha aspettato per sorprenderci quando eravamo già ritornati indietro.
Con il fucile in spalla, siamo stancamente risaliti al sentiero comodo e ben presto la
delusione e la rabbia viene sostituita da una segreta felicità che nessuno dei due
confida allaltro, ma che era dentro al nostro cuore.
Forse laverlo abbattuto avrebbe significato per noi la fine di qualcosa di
importante, è stato di certo meglio così, piuttosto che tornarsene a casa con il dubbio
e il pensiero di immaginarlo sulla mensola di qualche caminetto nel salotto
dellultimo arrivato.-
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